A cura di Alide Tassinari – membro SLPcf e AMP
1. Ciò che in psicoanalisi è nominato da Freud “narcisismo secondario” com’è declinato nella contemporaneità?
Ai tempi di Freud il narcisismo secondario era definito come il refluire della libido dagli oggetti verso l’Io, quindi poteva per un verso riguardare problematiche psicotiche, come la schizofrenia, ma per altro verso era considerato una situazione normale, giacché l’investimento sugli oggetti mantiene tuttavia un margine di riserva libidica rivolto all’Io. È un problema anche di autoconservazione: chi non si ama almeno un po’ rischia di distruggersi.
Nella sua declinazione contemporanea il narcisismo ha preso tutt’altro senso, ed è considerato un aspetto dell’individualismo. Il punto saliente, a mio parere, al di là delle presentazioni sociologiche che sono circolate a partire dagli anni Ottanta, è la correlazione della crescita del narcisismo con il depotenziamento dell’autorità. Il venir meno di un riferimento forte sul piano politico libidicamente investito, porta a un reflusso su sé stessi, porta a contare solo sulle proprie possibilità. Le forze del comune cittadino però non sono mai come quelle immaginate, per esempio, nell’Imperatore al tempo della Vienna austroungarica. Per questo sul piano sociologico il narcisista viene descritto come un uomo angosciato, che ha perso le certezze, e che cerca, senza troppe prospettive, un senso della vita. Nulla a che vedere con l’autocompiacimento di Narciso!
2. Come leggere l’attenzione dilagante verso il proprio corpo anche da parte degli uomini?
Viviamo nella società dello spettacolo, l’immagine conta sempre di più. La diffusione della pubblicità, l’impero dei media, i modelli che diffondono e che portano all’identificazione con i divi, contribuiscono all’esaltazione della bellezza fisica, pensata come il volto visibile della salute, sia nel femminile sia nel maschile. In un mondo in cui la medicina cerca mezzi sempre più sofisticati non solo per debellare la malattia, ma anche per allontanare la morte, l’equiparazione tra salute e prestanza d’immagine porta a una ricerca di tutti i mezzi per far uscire dall’invisibile, dall’interiorità del corpo, verso il visibile, verso l’immagine rimandata dallo specchio, la rassicurazione che stiamo bene. Credo che questo sia il punto primario: rafforzare l’immagine per rassicurarsi dalle angosce che in modo sotterraneo minacciano l’esistenza.
C’è poi un altro aspetto. Non siamo più nell’epoca del maschio alfa, del capo tribù. Gli energumeni dalla muscolosità scimmiesca sono residui che sopravvivono in fasce sociali marginali. Con il succedersi delle diverse ondate femministe che hanno portato le donne al centro dello spazio sociale – mentre precedentemente erano confinate tra le mura domestiche – anche l’immagine maschile si è femminilizzata. Se l’uomo non ha più l’esclusiva di essere il desiderante, se la donna non deve più nascondere le proprie pulsioni o vergognarsene, anche il maschio tende allora a porsi come oggetto desiderabile. Bisogna guardare i siti d’incontri, i modi in cui gli uomini si presentano. Nessuno vuol apparire come il dominatore, il conquistatore, il maschio armato di spadone che fa strage di cuori. La rapidità consumistica degli incontri porta poi a valorizzare gli aspetti più superficiali, più estetici, e gli uomini si adeguano, perché anche loro debbono apparire piacevoli e desiderabili.
3. Il termine narcisismo è entrato nel dire comune ed è utilizzato come concetto passe-partout per il disagio nelle relazioni. Perché ciò è avvenuto?
Nella psicoanalisi anglosassone, a partire dagli anni Settanta, i teorici e i clinici hanno cominciato a considerare il narcisismo come una vera e propria forma di organizzazione patologica della personalità. Se per Freud il narcisismo era un normale aspetto dello sviluppo, da quando è stato definito come una precisa diagnosi clinica, il narcisismo patologico è stato descritto come caratterizzato da un Sé grandioso, come una difesa contro la dipendenza dagli altri. Questo Sé grandioso è allora concepito come uno schermo che emerge per proteggere l’individuo da sentimenti di vulnerabilità e bassa autostima.
Credo che il problema maggiore in questo tipo di teorizzazioni sia il fatto di presupporre un Sé, un Self, considerato come un intero che nelle vicissitudini patologiche finisce per frammentarsi. Questo modo di vedere le cose è un passo falso di partenza che ricade poi su tutta la successiva teorizzazione del narcisismo.
Il punto di partenza di Lacan è invece un soggetto diviso, una frammentazione dell’immagine del corpo, una dispersione sia sul piano simbolico sia su quello immaginario. È esattamente il contrario dell’integrità di partenza del Self. Se si parte da un Self coeso, indipendente, unitario, il narcisismo patologico nasce inevitabilmente come reazione difensiva alla sua disgregazione.
Se, con Lacan, partiamo da un soggetto diviso, e da un’immagine frammentata del corpo, il narcisismo non ha nulla di patologico, è semplicemente l’immagine in cui si anticipa idealmente un’unità corporea che il soggetto non può mai tuttavia integrare completamente.
Parole-chiave: corpo, narcisismo patologico, immagine, spettacolo.



