Luisa Di Masso – membro A.M.E. SLPcf e AMP
È in relazione a ogni donna che si situa una donna[1].
Abitare il proprio corpo, averne dimestichezza, padronanza, è per una donna misurarsi con una fragilità strutturale, con quel “difetto d’incarnazione” che la vede invocare nell’altra ciò che la riguarda. In questo la clinica dell’isteria è maestra mentre la clinica del femminile, con Lacan, insegna che se una donna non trova ciò che cerca è perché non c’è modo che lo trovi, manca il significante che la nomini, che la dica donna, a risponderle sarà un buco, un’opacità, un mistero, un abisso dal quale insiste l’indicibile.
Ciò che insiste di indicibile è un godimento supplementare, singolare, fuori legge, fuori linguaggio, un godimento che non si può dire ma che capita si possa provare. Un godimento supplementare che sfugge alle logiche universali, all’inclusività e alla trasmissibilità. Lo si coglie nei toni di rivendicazione di una donna quando rimprovera la madre per non averle indicato nulla del godimento che le suppone.
Un niente, dunque, sostanzia il femminile, e la donna è invitata a farsene qualcosa. È Lacan a dire che «il suo modo di presenza è fra centro e assenza»[2], è in un gioco di equilibrismi difficile, privo di agi e di privilegi dove, l’essere alle prese con un reale fuori simbolico, la rende altra da sé stessa.
Alla prova di un ben-dire, l’impossibile continua a tacere e il tentativo di farne parola fallisce. Una donna capita che parli dell’altra donna con pudore, reticenza, imbarazzo ma capita, e non di rado, che ne parli con disprezzo e livore, dunque, che ne dica male. Quando incontra la consistenza dell’Altra che non esiste, ma che immaginariamente crede esista, può dar prova di una maldicenza fuori misura.
Ora, se il ben dire sulle donne da parte degli uomini sarebbe auspicabile, non lo sarebbe meno dalla parte delle donne, ma un impossibile insiste. Che gli uomini diffamino, dit-femme, una donna, non sorprende, che lo facciano le donne un po’ sì, lo si sa che lo si fa, ma poco lo si dice.
Lei dit-femme lei.
Capita di ascoltare, “so che non dovrei ma…”, “mi creda, mi vergogno, però …”, e giù una sequela di improperi, pettegolezzi, insinuazioni che, senza remore e indugi, tradiscono non solo le più banali gelosie e invidie ma anche un odio taciuto e quanto più taciuto tanto più dirompente. Sotto accusa sono le mamme, le suocere, le sorelle, le cognate, le amiche, le colleghe, le cugine, le rivali in amore.
L’occasione per scagliare parole come pietre non manca, il corpo dell’altra è tra i bersagli, come lo sono le sue abitudini, i suoi gusti, i suoi modi, il suo entourage; le parole cadono giù dure, inferte come colpi. Quando una donna si contende qualcosa, un ruolo, un lavoro, un primato, un amore, un’amica, una posizione di potere o di sapere non fa, ogni volta, che allontanarsi, prendere distanza dal femminile, da quel non essere-tutta sotto il regime edipico. È da una posizione fallica, non femminile, dalla posizione di colei che si costituisce dalla parte dell’essere il fallo o dalla parte dell’avere, che una donna scatena il suo odio geloso per recuperare ciò che ha perduto, per trattare una mancanza che non può includere, mancanza che rende l’isterica affine al sembiante, al quale sacrifica il suo essere per far credere di avere quello che non ha. Sulle diverse declinazioni della mancanza la donna scopre tutta la sua vulnerabilità, e, fatalmente, per un uomo potrebbe rivelarsi la sua ora di verità. Verità che paga con un odio solido, un odio che solo un uomo può scagliarle contro, un odio che mira al suo essere insituabile e inaccessibile.
Incarnare la differenza, l’alterità, la rende più amica del reale degli uomini, dice Miller; il suo godimento non contabilizzabile, fuori castrazione, che eccede la misura, la confina in quel punto, di cui sopra, tra centro e assenza. Se questo la rende irreggimentabile e altra, altra anche per sé stessa, la si può odiare come qualsiasi altra estraneità che abiti il nostro pianeta, la si odia proprio per quel suo godimento inaccessibile direbbero di lei altre donne.
Un giorno una donna, in seduta, dice di provare un vero e proprio terrore, ha una storia con un uomo sposato, la moglie ha saputo di lei e ha minacciato di volerla incontrare. A fronte dell’imponderabile, la donna che ascolto dichiara che farebbe qualsiasi cosa pur di rabbonirla, chiede se possa esistere un modo per sfuggirle, ha paura e non sa cosa fare…ha ragione!
Sul momento promette a sé stessa: mai più con un uomo sposato.
Parole chiave: odio geloso, diffamazione, odio tra le donne
[1]J. Lacan, Il Seminario, Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, [1971], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2010, pp. 136-137.
[2]J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, … o peggio, [1971-1972], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2020, p.117.



