Alejandro Reinoso – Membro AMP, SLP, NEL, AME. Psicoanalista a Santiago de Chile
I così detti haters sono soggetti chiamati dal verbo inglese to hate, odiare. Potremmo chiamarli odiatori odiosi. La loro caratteristica è quella di farsi beffe, attaccare, diffamare e degradare persone, prodotti o istituzioni (scuole, club sportivi, istituzioni religiose, dello Stato, ecc.) su internet, sui social network o su qualche comunità online. Si tratta di un fenomeno che fa parte di un legame virtuale senza corpo a corpo. Le forme di attacco sono diverse: dirette e indirette, ma tutte atte a degradare l’immagine del corpo, il buon nome o la fama delle persone, delle istituzioni con parole, post, annunci di false notizie o fake news e altro. Gli hater possono essere singoli individui o gruppi; bersagli principali di attacco sono gli stranieri, i temi sociali di genere, sessuali, la comunità LGBTQI+ o altri argomenti. Benché apparentemente non vi sia nessun motivo, nella maggioranza dei casi, vi è sempre un tratto che cattura colui che odia e che alla fine prende l’altro come un tutto insopportabile, dove il sapere precluso non offre spazio alla risposta dubitativa, bensì detiene il peso ineluttabile della certezza. In effetti, «questi odi, tanto frammentati quanti sono i gruppi che vi sono implicati, sembrano dare una risposta a tutto»[1].
Sebbene la struttura sia duale, si tratta di un attacco pubblico in rete, di conseguenza sono in gioco tre posizioni: l’attaccante che odia, l’obiettivo denominato vittima e i testimoni come terzi. L’attacco di un hater non è una critica o una molestia incisiva. Il suo punto centrale è l’ostilità, tale ostilità fa sorgere la domanda se, analiticamente parlando, corrisponda sempre a qualcosa che proviene dall’odio, a una passione dell’essere che insiste e punta all’essere dell’Altro tramite la distruzione.
Tale ostilità violenta pone l’altro come un obiettivo sotto tiro, un nemico e per questo le parole sono raffiche di missili il cui proposito è la riduzione dell’altro a oggetto scarto. Nell’attacco e nel tratto di distruzione mortifera si intravvede una volontà di godimento che, per esempio, può portare all’odio criminale nel delitto di istigazione al suicidio.
L’hater in posizione di attacco si rivolge a un altro che sta nel luogo di un nemico – talvolta conosciuto, talvolta anonimo – che incarna l’estraneità e, non casualmente, la logica sottesa possiede il tratto paranoide del persecutore che si fissa con una certa insistenza. Questo punto ci rimanda a Freud: «il paranoico non ha poi tutti i torti se sente come avversione questa indifferenza contro cui si scontra la sua richiesta d’amore»[2]. Il riferimento freudiano coglie un punto che fa da perno nel connettere l’odio con l’amore, dal momento che l’altro è il detentore di un nucleo agalmatico che l’invidia non sopporta. Per questo Freud parla di domanda d’amore nell’ostilità. In effetti, in questo punto, la passione dell’odio si allaccia all’amore. Miller lo chiarisce differenziando la violenza dall’odio: «l’avversario dell’amore non è l’odio, è la morte, Thanatos […] L’odio si situa dalla stessa parte dell’amore. L’odio, come l’amore, si situa dalla stessa parte di Eros»[3]. Abbiamo, dunque, due versioni dell’hater: quello che odia “amando” e quello violento che odia per uccidere, distruggere, e che sta dal lato di Thanatos.
Una terza possibilità è quella che Freud chiama dell’“indifferenza”. Né amore né odio. Nell’indifferenza, l’hater sente di non essere niente e nessuno per l’altro. Mentre la società diventa più anonima e individuale, le figure sociali dell’indifferenza senza volto convocano le passioni dell’essere secondo una modalità propria alla compulsione. In effetti, il talento anonimo contemporaneo non solo risveglia la dimensione melanconicizzata dell’oggetto caduto per l’Altro che non esiste, che si espande a macchia d’olio nelle depressioni, ma risveglia anche l’odio bruciante che si sollazza nella distruzione, vicolo cieco dell’esistenza, come se quest’ultima si trasformasse in una causa unica, di supplenza, il cui snodo nei casi più fatali si conclude con la propria distruzione.
Capita agli analisti di occupare il luogo di terzi? E che tipo di testimoni sarebbero?
Parole chiave: hater, odio, social network
Traduzione di Céline Menghi
[1]A. Lebovits-Quenehen, Actualidad del odio. Una perspectiva psicoanalítica, “Virtualia, Revista digital de la EOL”, 43, diciembre 2023.
[2]S. Freud, Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità [1922], in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 1977, vol. 9, p. 370.
[3]J.-A. Miller, Bambini violenti, in Adoviolenza. La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti, a cura di P. Bolgiani, Torino, Rosemberg&Sellier, 2020, p. 15.



