Monica Vacca– membro SLPcf e AMP
Guardate come è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio. […]
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso. […]
In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo[1].
Le parole di Wislawa Szymborska fanno eco e ci catapultano in un mondo sempre più lacerato dall’ascesa dell’odio. Un’onda travolge lasciando solo tracce di derelizione, distruzione, morte. Si odia lo straniero, il simile, l’intruso, il diverso, le donne, gli uomini, i folli, i trans… Si odia sino a uccidere e uccidersi. Basta guardarsi intorno e appare sempre più efficiente e in perfetta forma, lui l’odio. Una sorta di cecchino ben vestito, elegante, potente, semina paura e incita alla difesa da una possibile minaccia di invasione. Lo spettro della sostituzione etnica prende corpo. Si inneggia alla sicurezza. La paura si fa odio. L’odio si manifesta come geloso quando colpisce l’avere, con sguardo torvo si colpisce l’altro che ha, l’intruso che appare sulla scena e che si suppone non solo che usurpi qualcosa, ma anche che prenda il posto e sottragga l’oggetto prezioso.
Lui, il cecchino, colpisce, uccide, elimina, tortura senza vergogna, fa strage di innocenti.
L’artista coglie nel segno e mostra ciò che non cessa di manifestarsi nel nostro secolo dominato da “odia il prossimo tuo come te stesso”.
Il nuovo paradigma mostra ciò che Lacan profetizza alla fine degli anni Sessanta: l’aumento dei processi di segregazione e l’ascesa del razzismo. In una civiltà governata dall’Un-dividualismo[2] e dall’anomia generalizzata, si cerca un posto nella grande agorà social, un protagonismo evanescente che talvolta prende la veste dell’hater. Aleggia nell’aria il tanfo del disprezzo bieco e cieco. Comunità di odiatori si armano, non cessano di colpire e di inveire i molteplici bersagli, ma all’orizzonte si intravede l’odio di sé. Le comunità identitarie si contrappongono per far valere il proprio modo di godimento, facendo fuori quello dell’Altro, sempre Altro e impossibile da sopportare. L’odio solido mira al cuore dell’essere, un sentimento lucido che punta alla distruzione dell’Altro, all’eliminazione del godimento dell’Altro. Lacan ritorna a Freud quando afferma che l’odio è primario rispetto all’amore, l’odio si situa nel rifiuto primordiale, nell’espulsione e nel rigetto della parte perduta del proprio godimento come qualcosa di inassimilabile e di innominabile. Per dirla con Lacan e Miller, la matrice del razzismo, dell’odio, si situa al cuore dell’essere, si odia l’Altro che ci abita, vale a dire il proprio godimento sempre estraneo, eteros. Il passo è breve per passare dal razzismo, al sessismo, alla misoginia che si radica nel corpo, l’Altro per eccellenza.
Il razzismo si fonda sulla misogina, l’odio strutturale per le donne, per il godimento femminile, sempre singolare, fuori legge, insituabile e indicibile. Lacan eleva il godimento femminile al paradigma del godimento tout-court. Unica traccia della differenza assoluta che segna il destino e l’esilio dell’essere parlante.
Una sovversione che mette in luce al contempo il fondamento impossibile del legame sociale, ossia la prima identificazione, e la sofferenza che produce l’odio di sé[3] quando si rigetta e si nega la parte perduta del proprio godimento. Il godimento dell’Altro non sarà mai lo Stesso[4]. E questo comporta delle conseguenze che talvolta virano al peggio: omicidio-suicidio.
Occorre essere avvertiti e poter dare il posto che merita alla passione dell’odio che non cessa di far rumore nell’era contemporanea, dove si lasciano da parte le cose dell’amore e salgono sulla scena l’imperativo ‘godi’ e il ‘guardar godere’. Assistiamo a un paradosso, se da un lato il rumore dell’odio rimbomba negli agiti, nelle parole che lapidano e uccidono, dall’altro esita a prendere corpo nel dire dei soggetti che incontriamo negli studi, nei consultori, nelle istituzioni. Come poter far fronte all’odio per l’inconscio e al non volerne sapere? Si tratta di poter sopportare il transfert negativo come momento inaugurale e aprire la porta all’amore di transfert, vale a dire poter sostenere l’odioinnamoramento. È una sfida che si rinnova ogni giorno e che invita all’ascolto orientato al silenzio, al “tacere l’amore”, per sgombrare il campo dal rumore sordo e rendere meno cieco l’odio di sé e far sì che possa almeno sussurrare.
Parole chiave: odio di sé, misoginia, razzismo.
[1]W. Szymborska, L’odio in La gioia di scrivere, Milano, Adelphi, 2018, pp. 507-508.
[2]J.-A. Miller, Quarta di copertina francese del Seminario XIX, in Il Seminario, Libro XIX, …o peggio [1971-1972], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, p.144.
[3]Cfr. E. Laurent, La vergogna e l’odio di sé, “La Psicoanalisi”, 46, pp. 44-54.
[4]Cfr. J.-A. Miller, Le cause oscure del razzismo, “attualità Lacaniana”, 28, pp. 19-32.



