Sebastiano Vinci – membro A.M.E. SLPcf e AMP
Nel 1919 Freud diede alle stampe un vecchio manoscritto iniziato alcuni anni prima, intitolandolo Das Unheimliche, tradotto in italiano Il perturbante. Il temine tedesco fu poi ripreso, anche, ma non solo, da Heidegger nel suo testo Sein und Zeit, Essere e tempo, del 1927, e ha avuto rimandi e traduzioni volti a valorizzare, per lo più, uno stato di “spaesamento”, di “inquietudine” e di “inospitalità”. Sia Freud che Heidegger, malgrado il loro reciproco disconoscimento, posero l’accento su una questione di fondo: il perturbante o spaesamento che dir si voglia, non solo riguardava la soggettività di ciascuno ma risultava essere un suo fondamento costitutivo ed essenziale. La questione, di certo, non era di poco conto: si entrava nel merito di qualcosa che produceva una sorta di costruzione fantasmatica che aveva, come effetto, l’irruzione dell’estraneo, dello straniero, nella propria casa. Qualcosa di estraneo, che provoca turbamento, si introduce in ciò che ci è familiare, in quell’ambito dello Heim che costituisce proprio la nostra casa. Non si è padroni in casa propria, ebbe a dire Freud a proposito dell’Io poco tempo dopo. Ci si potrebbe anche domandare cosa potrebbe esserci di più inquietante e angosciante, se si pensa che la nostra casa possa essere “abitata” da un altro, da un estraneo. Sull’Heim, Lacan ha usato parole analoghe quando, nel Seminario X, afferma che «questo termine ha un senso nell’esperienza umana, che si tratta della casa dell’uomo. Date a questo termine casa tutte le risonanze che volete, comprese quelle astrologiche. L’uomo trova la propria casa in un punto situato nell’Altro, al di là dell’immagine di cui siamo fatti»[1]. È un modo per dire che, paradossalmente, non siamo mai certi di sapere dove siamo, anche se crediamo di saperlo. Anzi, si potrebbe ben dire che è nella propria “casa” che si nasconde molto di più di quanto si dia a vedere e si creda. Freud, nel suo scritto del 1919, per chiarire proprio questo concetto, non ha esitato a riportare un episodio della sua esperienza: «Ero seduto, solo, nello scompartimento del vagone letto quando per una scossa più violenta del treno la porta che dava sulla toeletta attigua si aprì e un signore piuttosto anziano, in veste da camera, con un berretto da viaggio in testa, entrò nel mio scompartimento. Supposi avesse sbagliato direzione nel venir via dal gabinetto che si trovava tra i due scompartimenti, e che fosse entrato da me per errore; saltai su per spiegarglielo ma mi accorsi subito, con grande sgomento, che l’intruso era la mia stessa immagine riflessa dallo specchio fissato alla porta di comunicazione»[2]. Vi è poi, sempre dovuto alla penna di Freud, la descrizione di un processo che potremmo accostare a quanto brevemente sopra riportato, e che il padre della psicoanalisi utilizzò per rendere conto dell’atto fondativo del soggetto, il suo espellere fuori da sé ciò «che sotto il principio di piacere» si è compiuto nell’Io: «Esso assume in sé gli oggetti offertigli, in quanto costituiscono fonti di piacere, li introietta […], e caccia d’altra parte fuori di sé ciò che nel suo stesso interno diventa occasione di dispiacere […]. Con la comparsa dell’oggetto nello stadio del narcisismo primario, si sviluppa anche il secondo significato opposto dell’amare, ossia l’odiare»[3]. È un processo, questo, che potremmo accostare, senza incorrere in errore, a quella pratica, così usuale e presente nella nostra quotidianità, che risponde al nome di razzismo e che, con estrema facilità viene assunto da qualcuno – e, al giorno d’oggi, da tanti – portato a provare un sentimento di superiorità nei confronti di altri soggetti, ritenuti, talvolta proprio perché estranei, diversi e inferiori. Il sentirsi “minacciato” porta il razzista a sperimentare quell’odio che già Freud aveva individuato come fondativo dell’essere. Espellere da sé ciò che risulta angosciante, in quanto altro da sé, riconoscere come propria parte, come sé stesso, lo straniero, può risultare talmente perturbante da fare in modo che il misconoscimento di sé, la passione dell’ignoranza che, come ci ha insegnato Lacan, è una delle passioni dell’essere, insieme all’amore e all’odio, possa creare una distanza tra sé e l’Altro, che passa attraverso l’inferiorizzazione dell’altro, la sua denigrazione e lo stigma. Il razzismo, in quanto derivato dall’odio, ha bisogno dell’atto di parola per “sostenersi” e affermarsi e della deumanizzazione, senza le quali, le discriminazioni sociali che sfociano nell’odio razzista, non hanno modo di affermarsi. Così, ultimamente, la paventata “sostituzione etnica” da parte di un politico italiano, ha riproposto un argomento che deriva dal cosiddetto “piano Kalergi”, una teoria che si riferisce a un progetto di sostituzione della popolazione europea con popolazioni di origine africana e asiatica e che risale agli anni in cui in Europa si è iniziato a parlare del Progetto Lebensborn[4], uno dei diversi programmi avviati dal gerarca nazista Heinrich Himmler per realizzare le teorie eugenetiche del Terzo Reich sulla razza ariana. Pur considerando la scarsa probabilità che il politico in questione sapesse dei riferimenti storici, vale però la pena considerare la gravità delle sue parole, fondate, questo sì, su un odio nei confronti dell’altro-suo-simile interno a lui, difficile, per lui, da tollerare.
Parole chiave: razzismo, odio, perturbante
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia [1962-1963], a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2007, p. 53.
[2] S. Freud, Il perturbante, in Opere, Boringhieri, Torino, 1996, vol. 9, p. 110.
[3] S. Freud, Pulsioni e loro destini, in Opere, Boringhieri, Torino, 1987, vol. 8, p. 31.
[4] Progetto Sorgente di Vita.



