Luisella Mambrini – membro SLPcf e AMP
Mai come in questo momento l’odio per il femminile si manifesta negli agiti violenti contro le donne, si iscrive nelle discriminazioni sociali, in una misoginia diffusa che si fa social. Alla base c’è l’imbarazzo dell’uomo di fronte alla donna, di fronte al dato che una donna non sia rappresentabile, del tutto dicibile, che non sia alla fin fine del tutto normabile. Imbarazzo ancor più di fronte al godimento femminile che è intriso all’amore, che è dell’ordine dell’infinito, vicino alla morte, alla follia. Sono note le osservazioni con cui Lacan inquadra l’odio; l’odio che è quello che tra le tre passioni «maggiormente si avvicina all’essere»[1], «il vero amore sfocia nell’odio»[2], «non si conosce amore senza odio»[3].
Quando Lacan tratta dell’odio tiene a rimarcare che il nesso amore/odio non va letto come ambivalenza secondo il dettato di Freud ma introduce un neologismo odioinnamoramento[4] per smarcarsi da questo approccio.
Certo l’odio per una donna ha un versante di odio geloso[5], il timore di perdere ciò che si ha, odio come passione dell’avere che assume i connotati della protesta virile; la donna amata che in quanto amata ha aperto la sua mancanza e poi non ha mantenuto la promessa di colmarla, interrompendo la relazione o semplicemente non facendosi trovare dove la logica del suo desiderio vorrebbe trovarla.
Ma quando Lacan ci parla dell’odioinnamoramento ci parla di un altro tipo di odio, di quello che chiama l’odio solido, che ritroviamo in generale in ogni forma di razzismo[6]. Un odio per quello che l’altro è nel suo essere, nel suo godimento. Odio che è in realtà odio del nostro stesso godimento, che al confronto misuriamo come insufficiente, inadeguato, quell’odio di sé che sta «in fondo dell’uomo»[7] che funziona come tappo che va a coprire l’alterità impossibile da espellere della pulsione. Nell’odioinnamoramento è come se si passasse dalla domanda di amore al desiderio, il soggetto si «emancipa»[8] dall’attesa dai segni d’amore supposti condurlo a fare uno, esce dall’esitazione di fronte all’impasse del non rapporto sessuale e passa al desiderio, punta allora nell’altro il godimento.
Nella violenza esercitata su una donna è come se l’interrogasse fino alla distruzione perché nomini quel godimento che non è nominabile neanche dalla donna stessa, che lo riveli in modo da poterglielo carpire, strappare via. Il soggetto ha il «bisogno di distruggere quello che non è capace di afferrare in alcun modo»[9]. Dell’odioinnamoramento Lacan ne parla anche nel Seminario R.S.I. per dire che «l’amore non consiste nel – velle bonum alicui – come lo enuncia Sant’Agostino»[10], che sì, certamente non è che «all’occasione l’amore non si preoccupi il minimo del benessere dell’altro. Ma è chiaro che non lo fa che fino ad un certo limite»[11].
Odio che può sfociare nell’atto violento tanto più oggi in cui gli argini alla violenza sono incrinati da un orizzonte generale di svalutazione della parola, dal diktat imperante della spinta a godere senza limite, da una cultura di massa improntata al prestigio personale.
Anche una donna conosce l’odio e passa all’agito ma più spesso le disillusioni sul piano dell’amore la fanno cadere in un abisso depressivo segnato da indegnità e colpa, dove il godimento appare in caduta libera.
Devo dire che intervenendo in vari Centri Antiviolenza, nonostante la più grande cautela utilizzata nell’affrontare l’intreccio odio/amore, ho sempre trovato un rigetto deciso di qualsiasi riferimento all’ipotesi che in chi esercita violenza, in molti casi, agisca un odio che ha a che fare con l’amore. Uno psicoanalista è però avvertito che ogni epoca ha i suoi modi di organizzare il non volerne sapere e, ancor più profondamente, è avvertito del dato che, per ognuno, il non volerne sapere «è una via in cui l’essere si forma»[12] .
Parole chiave: odio, non rapporto sessuale, violenza.
[1]J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 116.
[2]Ivi, p.140.
[3]Ivi, p. 86.
[4]Ivi, p. 85.
[5]Ivi, p. 94.
[6]J.-A. Miller, Le cause oscure del razzismo, “Attualità lacaniana”, 28, p. 29 e segg.
[7]J. Lacan, Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi, [1972-1973], Torino, Einaudi, 1994, p.112.
[8]J.-A. Miller, Il segno dell’amore, “La Psicoanalisi”, 24, p. 42.
[9]J. Lacan, Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi, [1972-1973], op. cit., p. 30.
[10]Id., Il Seminario, Libro XXII, R.S.I, lezione 15 aprile 1975, inedito, [trad. mia].
[11]Ibidem.
[12]J. Lacan, Varianti della cura tipo in Scritti, Torino, Einaudi 1974, p. 352.



