Anaëlle Lebovits-Quenehen – membro A.M.E. ECF e AMP
I – L’amore
L’amore non è solo un soggetto, è IL soggetto.
Lacan osserva che “non si parla d’altro nel discorso analitico”. E a ragione. L’amore si presenta come una supplenza al non-rapporto sessuale. È un palliativo che può assumere diverse forme: o nega il non-rapporto sessuale, che tratta rifiutandolo, l’amore smentendo questo non-rapporto, o al contrario, tenendolo in considerazione, e allora ha la possibilità di essere un amore “più degno”, quello che Lacan sostiene si incontri alla fine di un’analisi.
Il primo tipo di amore promuove la fusione, l’Uno della coppia, proprio laddove il non-rapporto tra i due deve farsi dimenticare. L’amore promuove quindi la fusione, e molto spesso paga il prezzo della discordia, soprattutto quando sembra che la fusione non sia garantita come permanente.
In questo modo, l’amore assume alternativamente la figura dell’unità o della divisione da superare.
In tutti i casi, ciò che domina è la negazione della differenza fondamentale, radicale e insuperabile tra sé e l’Altro.
Nella fusione, la differenza è, per così dire, abrasa dal fatto che c’è solo un posto per due. Il mito di Aristofane, già criticato da Socrate nel Convivio, illustra il modo in cui l’unità perduta a cui aspirano gli amanti fa esistere la complementarietà di due esseri che diventano uno, originariamente e poi una volta riuniti.
La differenza tra questi due esseri è dell’ordine di quella tra due parti dello stesso corpo. Non è una differenza assoluta, ma una differenza che chiede di essere riassorbita nella riunificazione delle due parti complementari.
Da qui la devastazione che può subentrare alla fusione perduta o iniziata.
“Non ci sono limiti alle concessioni che una donna può fare a un uomo”[1], dice Lacan. Questo è molto chiaro nella clinica. E proprio nel momento in cui la devastazione mira a un ritorno alla fusione, come se fosse proprio a forza di concessioni all’Altro che si ritrova l’unità perduta. Le concessioni all’Altro sono infatti un tentativo di raggiungere l’Altro, di prendere il suo bene come criterio per il nostro, anche se ciò significa non sapere più nulla del nostro desiderio singolare. Questa inclinazione alla devastazione incontra d’altro canto un grande ostacolo nella sua pretesa di fusione: l’Altro di cui prendo il Bene come criterio per il mio sa almeno qual è il suo bene? E se non lo sa, come saperlo per lui?
Questo si nota in alcune coppie, dove l’una (tendenzialmente isterica) sembra comandare l’altro (tendenzialmente ossessivo) a bacchetta. Il vantaggio secondario della sottomissione del secondo alla prima è quello di vedere l’Altro della coppia fare le scelte per lui, decidendo sui dubbi con cui, di fatto, è più in coppia che non con il partner.
Ma la spiacevole sorpresa è che mentre lui fa esattamente quello che vuole la moglie, l’insoddisfazione di quest’ultima, lungi dall’attenuarsi, cresce sempre di più. Non solo perché l’insoddisfazione è una caratteristica strutturale dell’isteria, ma anche, e forse soprattutto, perché lei non sa cosa vuole. Se i suoi ordini sono chiari, il suo desiderio non vi è forse dimenticato?
La devastazione trova la sua ragione principale nel fatto che la differenza che tratta è prima di tutto collocata nel corpo parlante stesso.
Ci sono diversi modi di cogliere la non-coincidenza del soggetto con sé stesso nell’insegnamento di Lacan, sia sottolineando quella parte di godimento perduto che lo condanna alla ricerca di una soddisfazione pulsionale insoddisfacente e quindi che si ripete, sia sottolineando la singolarità di un corpo su cui lalingua ha impresso un rilievo senza precedenti, sia ancora sottolineando quel godimento massiccio di cui la Cosa, das Ding, è senza dubbio la figura archetipica e di cui il Godimento Altro ha alcune caratteristiche.
In ogni caso, è questa differenza che l’amore tratta, questa differenza che l’amore nega, e questo logicamente, ancor prima di negare la differenza con l’Altro dell’amore. La pretesa di fusione dell’amore, e il coefficiente di devastazione che ne deriva, nasce dalla necessità di far passare in secondo piano questa differenza fondamentale con sé stessi, di negarla, cancellarla, reprimerla o forcluderla. E quanto più l’intensità della differenza con sé stessi si fa sentire e tende a essere cancellata, tanto più l’amore assume senza dubbio questa folle connotazione devastante.
È infatti l’effrazione del godimento che frammenta l’unità corporea e fa appello all’uno dell’amore. Nell’amore devastazione, è come se la differenza che faccio con me stesso potesse essere dimenticata, solo dimenticando la differenza che faccio con l’Altro (filiale, fraterno, amoroso…). La fusione con l’altro non è quindi altro che un tentativo, condannato a fallire, di fondersi con sé stesso, ma questo attraverso l’intermediario della fusione con un altro. L’altro appare quindi come un mezzo per dimenticare la propria differenza negando la differenza che si fa con lui.
Noterete che in francese c’è un equivoco tra m’aime (mi ama) e même (stesso). Non è un fatto insignificante.
Qui vediamo la folle pretesa dell’amore, che mira più o meno, e in varia misura, a un tale trattamento del godimento che ci rende Altro da noi stessi (per usare una formulazione di Lacan che riguarda innanzitutto, per lui, il godimento femminile).
L’odio – e ci arriverò alla fine, perché ne ho parlato ieri e il mio libro sull’argomento è ora disponibile in italiano – opera a partire dallo stesso punto. Ciò che cerca di negare è anche questa differenza che facciamo con noi stessi. In questo caso, piuttosto che promuovere la fusione che ci farebbe dimenticare la differenza, promuove il rifiuto della differenza nel campo dell’Altro, per meglio dimenticare la differenza che abita il soggetto. L’odio mira a distruggere ciò che è identificabile come troppo diverso, l’Altro per la sua qualità di Altro, soffre del rifiuto dell’alterità a sé stesso, che è proprio ciò che si tratta di dimenticare. Più si avverte la differenza con sé stessi, più questo odio si intensifica.
II – L’odio/violenza
Alcune celebri finzioni ci danno un’idea della correlazione tra amore e odio, in particolare con l’emergere della figura del mostro o del nemico in un contesto in cui nasce l’amore. Questa figura del nemico accompagna essenzialmente l’amore che alcuni uomini possono avere per le donne, almeno così viene presentato in alcune finzioni. Poiché gli esempi letterari che ho sono francesi, ne prenderò alcuni dal cinema americano, che è globalizzato.
Questa struttura, di un primo amore (e di un desiderio all’orizzonte) che fa emergere una figura mostruosa, si ritrova in alcuni film di successo americani, dove si mostra il legame necessario tra la circostanza di partenza del film e il dramma che ne deriva.
A Hollywood, lo scenario tipico dei film d’azione mainstream è il seguente: un uomo ama una donna. Un mostro, un nemico, giunto da più o meno lontano, e comunque proveniente da un luogo straniero, minaccia niente meno che il mondo.
Ed è solo dopo un implacabile confronto con le forze del male (in francese si coglie l’equivoco tra mâle – maschile – e mal – male) che l’uomo riesce finalmente ad avere accesso alla donna che ama.
Sebbene per i film di successo si prospetti un lieto fine, la sceneggiatura ridotta all’osso suggerisce che c’è un’affinità tra ciò che si svolge sulla scena intima dell’eroe e ciò che si svolge di fronte al mondo che si tratta precisamente di salvare.
In un annodamento stretto, l’ostacolo con l’essere amato e l’ostacolo per vincere le forze del male si presentano di solito nello stesso momento. Meglio ancora, l’eroe supererà la sua difficoltà in un campo a condizione di superarla nell’altro. Infatti, spesso è solo quando le forze del male attaccano la donna amata che trova la forza, proprio quando tutto sembrava perduto, di trionfare in una battaglia finale.
Cosa succede allora?
C’è un amore, di solito presente prima dell’inizio della storia, o all’inizio stesso. Un amore che è accompagnato da un desiderio.
Possiamo vedere questa stessa situazione in Transformers e in Top gun 2: le cose si complicano con la donna che l’eroe ama proprio quando sembra impossibile vincere la battaglia.
Prendiamo ad esempio Avatar, il film più visto al mondo funziona secondo questo stesso modello: i Na’vi vivono nel lussureggiante mondo alieno di Pandora. Jake Sully, un ex marine paralizzato, torna a muoversi grazie al fatto che la sua mente può fondersi nel corpo di un Avatar Na’vi. Sin dall’inizio del film, si innamora di una donna Na’vi. Ed è allora che viene coinvolto in una battaglia per la sopravvivenza del mondo Na’vi.
L’aspetto particolarmente interessante di Avatar è che Jake Sully passerà dall’Altra parte. All’inizio, sono i Na’vi a sembrare una minaccia. Gli umani hanno paura dei Na’vi. Ma amando una donna Na’vi, una straniera, o meglio una donna di una specie diversa, una specie superiore, l’eroe diventerà egli stesso un Na’vi, diventerà Altro da sé, e non salverà e restaurerà il suo mondo come spesso accade nei film di Hollywood, ma piuttosto cambierà mondo, cambierà colore, credo, lingua, pelle, specie… Resta il fatto che ha un mondo da abitare e un mostro da combattere. Il mostro è umano, il mondo pericoloso è quello che lui stesso aveva prima di amare e quello che deve uccidere è quello che lui stesso era prima di amare.
Si trova a dover combattere contro lo stesso per diventare altro.
In Avatar, è quando la donna che ama è minacciata e la battaglia sembra persa che l’eroe trova la forza di sconfiggere i suoi nemici umani.
Nei film di successo americani ci sono pochi nemici familiari – ma è il caso de Il Padrino, a cui ho pensato ieri quando sono arrivata a Palermo.
In tutti questi film, la figura di un Altro mostruoso prende il posto dell’assenza di garanzia il cui matema è S(Ⱥ) e che si ricorda al soggetto quando si impegna con una donna. L’assenza di garanzia che intravede rende l’eroe “Altro per sé”, come il Godimento femminile. Vi ricordo che il matema di questo godimento femminile è pure S(Ⱥ).
S(Ⱥ) è quindi doppiamente presente quando il mondo cambia volto, minaccia di crollare, e bisogna produrre un atto per restaurarlo o rinnovarlo. L’Altro mostruoso, che sorge solo perché è sorto un Altro amato, permette di dare forma a S(Ⱥ) e, soprattutto, di localizzarlo altrove rispetto a sé.
Tra la prima parte del mio intervento, che pone l’accento sulla fusione, e la seconda, che si concentra maggiormente sul mostro da abbattere, vediamo due modi di trattare la differenza, l’alterità. Nel primo caso, l’alterità che abita il soggetto si basa, come abbiamo detto, sulla fusione con l’Altro per farsi dimenticare. Nel secondo caso, questa Alterità intima viene spostata nel campo dell’Altro, dove viene combattuta e sradicata.
Nel primo caso, ciò che ostacola la fusione richiede ancora uno sforzo per fondersi. Nel secondo caso, la fusione si presenta come un orizzonte possibile a condizione che l’alterità mostruosa sia sconfitta, il che è reso possibile dal fatto di collocarla nel campo dell’Altro, il più Altro e più cattivo di tutti.
Il godimento che ci rende altri a noi stessi si presenta come intrusivo e appare tanto più mostruoso in quanto il soggetto non sa che si tratta del proprio. Rendere l’amore più degno, come suggerisce Lacan, che cos’è se non sapere come proprio questo godimento che non ci fa tutto per l’Altro e che fa l’Altro non tutto per noi?
Traduzione: Adele Succetti
Parole-chiave: amore, odio, legame sociale.
[*] Apertura della Giornata clinica della SLPcf “L’amore e l’odio” Palermo, 22 febbraio 2025.
[1] Cfr. J. Lacan, Televisione, in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 534.



