a cura di Omar Battisti – membro SLPcf e AMP
- Le rotture amorose non si possono alla fine riportare alla rottura tra corpo e parola? Questo mi porta a un’altra domanda: esistono delle rotture non amorose?
Se parliamo di amore, parliamo di parole, quindi, le rotture amorose in gran parte sono fatte del malinteso a livello della parola. Lacan ci insegna che “il rapporto sessuale non esiste” e che la parola viene proprio in questo posto dell’inesistenza, sostituisce quello che non c’è.
Possiamo pensare alla vita di coppia, almeno in tre dimensioni. La dimensione del godimento, la dimensione del desiderio e la dimensione dell’amore. Il godimento si relaziona con il non detto, con la soddisfazione pulsionale, è ciò che fa da involucro al modo pulsionale per mezzo del quale una coppia si mette in relazione. Il desiderio implica già qualcosa di più legato al significante, alla mancanza e all’angoscia per la perdita dell’oggetto; e poi l’amore è l’incontro fatto nella parola. L’amore è fatto di parole, ci dice Lacan. Quando una coppia fa un buon incontro, questo significa che ha potuto far posto alla contingenza del caso. Infatti, perché ci sia incontro amoroso anzitutto c’è il caso e poi l’aggancio tra i godimenti.
Per pensare al campo della clinica delle rotture amorose, mi pare che anzitutto occorre collocare come si è costituita la coppia, a partire da quali elementi. Questo ci permette di capire perché ha smesso di funzionare. A volte succede che l’aggancio a livello dei godimenti non sia soddisfacente, oppure diventi eccessivo.
Può anche succedere che qualcosa diventi disturbante. Per esempio, se a uno dei due piaceva o si innamora di una certa posizione iperprotettiva, e poi questa diventa qualcosa di eccessivo, quello che in principio è stata la causa di un incontro amoroso, finisce per diventare il motivo della rottura. Questo è molto frequente. Si entra nell’amore dalla stessa porta da cui poi si uscirà. Un altro motivo potrebbe essere la caduta di certi ideali che si attribuiscono all’altro. Ideali, per esempio, vincolati al sapere. Jacques-Alain Miller ha detto che “si ama quando si suppone un sapere”, ma quando cade questo supposto sapere attribuito all’altro, il soggetto può disinnamorarsi e tutto cadrà a pezzi.
Può succedere inoltre che a livello immaginario una certa parte del corpo, una caratteristica fisica, un “divino dettaglio” che commuove l’altro faccia da esca e sia l’inizio di un incontro amoroso. Ma se questo corpo va incontro a trasformazioni e sparisce quello che ha dato luogo al “colpo di fulmine”, il desiderio cade, e così cade tutta la relazione, come ascoltiamo nella clinica.
In questo modo, vediamo come possono giocare tra loro le diverse dimensioni, quella della parola, del desiderio, dell’immagine, del corpo e del modo di godere con questo corpo.
In più, rispetto alla domanda, direi di sì; alcune rotture romantiche possono essere dovute al fatto che smette di funzionare questa specie di equilibrio che teneva unita una coppia, tra godimento del corpo e parola amorosa. Si produce un’opposizione tra la dimensione del godimento autoerotico e pulsionale e la dimensione dell’amore.
A ogni modo, non succede sempre che nonostante questa rottura, delle coppie decidano di continuare a stare insieme. Questo succede quando uno dei due ha il posto di partner sintomo per l’altro, come ha chiarito Miller. L’altro diventa impossibile da sopportare oppure è egli stesso che risulta impossibile da sopportare per l’altro, ma ancora in questo modo si mantiene una complementarietà grazie a un disfunzionamento permanente. Una rottura conveniente.
In merito all’esistenza di rotture non amorose, direi di sì, proprio per quanto ho detto prima. Si possono avere rotture a livello dei godimenti, del desiderio, e senza dubbio può succedere che non ci sia rottura a livello dell’amore e della parola. Saranno proprio quelle coppie che continuano fino a quando “la morte non li separi”.
- Quali sarebbero queste rotture non amorose? Quelle fuori transfert?
Le rotture non amorose potrebbero essere quelle sostenute solo a livello pulsionale e dell’oggetto. Quando in una relazione i godimenti di ciascuno non combaciano più questa coppia si dissolve, che sia per decisione di uno o di entrambi. Non c’è più quest’intreccio per cui arriva il disinteresse.
In effetti, considero che le rotture non amorose siano fuori dal transfert. Se l’analista sa fare sembiante di oggetto o collocarsi nel posto che conviene all’analisi, senza dubbio non dovrebbe godere di questo, è uno dei fondamenti della clinica.
Il transfert analitico, d’altro canto, implica un legame d’amore con l’analista, ma può anche essere d’odio, dal lato del transfert negativo. In alcune occasioni questo può provocare la rottura con l’analisi dato che la parola analitica smette di funzionare.
Ma quando un’analisi è portata fino alla fine, non si tratta di “rompere” con l’Altro transferale, ma di una risoluzione di questo transfert e di un nuovo destino. Miller ha affermato infatti che “non c’è grado zero del transfert”, denudarsi dal legame transferale non implica il transfert negativo.
- Concludo con una domanda che trovo importante per inquadrare questo scambio ai lettori di Rete Lacan che non necessariamente conoscono il campo della psicoanalisi: potresti raccontare ai lettori di Rete Lacan che cos’è un AE? Di cosa si parla quando si tratta di una testimonianza e quando invece di un insegnamento? Forse, specie in questi tempi, la differenza tra testimoniare e insegnare ha un valore nell’immondo contemporaneo, non trovi?
Un AE, Analista della Scuola, è qualcuno che ha concluso la sua analisi personale. Dopo aver trasmesso alla Scuola l’esperienza della sua analisi viene nominato per produrre un insegnamento su questa esperienza. Questo insegnamento si produce attraverso la testimonianza. In questo modo si fa responsabile del progresso della Scuola. Come ha detto Lacan, “diventare psicoanalista della sua stessa esperienza”.
Questi passaggi si costituiscono in un dispositivo della Scuola chiamato passe, creato da Lacan e rinnovato da Miller.
Miller ha specificato che nella passe si tratta di sapere come si è arrivati alla fine di un’analisi, come si è entrati e come si è usciti, quali sono state le operazioni messe in atto dall’analista, quale destino ha avuto il transfert e come si regola il soggetto, da quel momento, con l’irriducibile e l’incurabile della sua vita. Alla fine, si tratta del passaggio da analizzante a analista.
Rispetto alla parte finale della tua domanda, considero che una testimonianza è il luogo dove possiamo cogliere i punti vivi dell’esperienza, che implica un lavoro di elaborazione e di scrittura unico e singolare. Questo lavoro può essere trasmesso come un insegnamento a una comunità che realizza la sua formazione nella cornice di una Scuola. La testimonianza sarà al servizio di illuminare i concetti, il corpo epistemico della teoria.
Nel mondo contemporaneo incontriamo sempre più discorsi vuoti, enunciati che sono imitazioni di altri, un bla bla bla, per cui l’autenticità è una enunciazione propria a qualcuno che testimonia, è qualcosa di preciso, vivo, è capace di raggiungere l’altro, dato che ha la potenza di toccare il corpo di chi ascolta.
Parole-chiave: amore, transfert, passe



