Sylwia Dzienisz – membro SLPcf e AMP
Lacan parla della devastazione che la figlia incontra nel rapporto con la castrazione della madre[1]. Il ravage viene descritto anche nella mitologia delle diverse culture del mondo. Il mito spesso presenta una doppia funzione creatrice e distruttrice della madre. Si possono citare alcune rappresentazioni: Gaia, dea greca; Hel, divinità norrena; Kālimā, dea indù (“La Madre Nera”). Come mai questa raffigurazione è così presente da millenni? Un esempio calzante si trova nel mito egizio della distruzione dell’umanità contenuto nel Libro della Vacca Celeste [2].
Hathor è una dea dai mille volti, rappresentata in forma di vacca di carattere morbido: dea madre, dell’amore e della musica, quando cade preda della furia diventa Sekhmet – una leonessa devastatrice[3]. All’inizio del tempo, ci fu una ribellione degli umani per detronizzare il dio Ra che, allora, viveva assieme agli umani. Il re liberò sua figlia Hathor che, trasformata dalla rabbia, diventò Sekhmet. La dea sotto forma dell’occhio di Ra, assetata di sangue, inseguì i traditori e non si fermò finché non ebbe ricoperto di sangue le sabbie del deserto. Tornata dal padre, raccontò con fierezza del compito realizzato. Ra inizialmente soddisfatto, ben presto cominciò ad avere paura del potere distruttivo della figlia e le ordinò di fermarsi. Ma dopo aver assaggiato la carne umana Sekhmet non riuscì più a smettere di uccidere. Ra trovò un escamotage per fermare la distruzione offrendo birra tinta di rosso alla dea che, credendo fosse sangue umano, iniziò a berla. Mentre si inchinava sopra il lago di birra vide il suo riflesso che le apparve bello ed entrò in una trance che la soddisfò, fermando la spinta ad uccidere [4].
In questo mito possiamo notare alcune questioni fondamentali del godimento femminile descritto da Lacan: una parte del godimento sfugge alla castrazione, alla Legge. Le donne sono, come gli uomini, sottomesse al godimento fallico della castrazione ma hanno un accesso privilegiato al godimento senza limite. Jacques-Alain Miller ne L’osso di un’analisi, riprendendo la domanda freudiana “Che cosa vuole una donna?”, suggerisce la risposta: «Vuole volere»[5]. Miller aggiunge: «È dal lato della donna che la volontà spicca con il suo carattere assoluto, infinito, incondizionato, e si manifesta al meglio nel capriccio»[6]. Si può leggere, inoltre, che il godimento femminile riguarda non solo il volere del soggetto ma anche la realizzazione del volere dell’Altro quando ne è sottomesso[7]. Nel mito di Hathor si vede la sottomissione assoluta al Padre dove però qualcosa sfugge a entrambi. Questo godimento femminile del Non-Tutto viene spiegato da Miller come tratto essenziale della domanda d’amore: «il parlante femminile come il Non-Tutto che si rivolge al partner e si rivolge allora tramite la domanda d’amore, di cui ho detto che è potenzialmente infinita e che gli torna precisamente sotto forma di devastazione»[8]. Nel caso di Hathor la realizzazione del desiderio del padre amato sfocia in un capriccio, pura volontà-di-godere[9].
Lacan estende il concetto di godimento femminile al godimento non fallico dell’essere parlante. Il godimento Uno-Tutto-Solo, dove l’Altro del parlessere è il proprio corpo, può riguardare ciascuno[10]. Secondo Miller il godimento femminile «costituisce lo statuto fondamentale del godimento in quanto opaco al senso»[11]. Si tratta di una ripetizione infinita dove non c’è aggiungersi delle esperienze, non riuscendo a sommarle, come in una dipendenza[12]. Sembra dunque che la devastazione riscontrata nelle donne in rapporto alla madre sia costitutiva per un accesso facilitato al godimento al di là del fallo. Non si tratta della madre in carne e ossa, ma del godimento fuori dalla castrazione. La figlia passa per una delusione aspettando dalla madre qualcosa di più del padre e dalla quale non ha una risposta chiara alla domanda “Cos’è una donna?”.
La facilità d’accesso al godimento femminile potrebbe spiegare l’archetipo della “doppia faccia” di Hathor. Nel mito è interessante vedere come la ripetizione infinita del godimento della dea si ferma con la sostituzione dell’oggetto a nel momento in cui vede il proprio riflesso, innamorandosene.
La supplenza dell’amore cercato così insistentemente dalle donne nel rapporto con il partner potrebbe essere un tentativo di annodamento tramite l’immaginario per mettere un velo sulla devastazione portata dall’incontro col reale. Si può parlare della stessa supplenza anche per gli uomini quando hanno a che fare con il godimento non fallico?
[1] J. Lacan, Lo stordito [1972], in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 462.
[2] Libro della Vacca Celeste, (1539-1292 a. C.) in C. Mayans, Sekhmet, La dea leonessa guaritrice e assetata di sangue, in Storica. National Geographic, 3 marzo 2021. https://www.storicang.it/a/sekhmet-dea-leonessa-guaritrice-e-assetata-di-sangue_15092
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] J.-A. Miller, L’osso di un’analisi, Milano, Franco Angeli, 2001, p. 65.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Ivi, p. 56.
[9] Ivi, p. 73.
[10] J.-A. Miller e A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo. L’orientamento lacaniano, Roma, Astrolabio, 2018, p. 119.
[11] Ibidem.
[12] Ibidem.



