Massimo Termini – membro A.M.E. SLPcf e AMP
Amore e angoscia, un filo li lega neppure così sottile. L’esperienza, anche la più comune parlando di amore, insieme alle gioie che procura, non manca di dar voce alle inquietudini che instilla, apprensioni ed esitazioni, ansie e preoccupazioni. Fondate? Infondate? Il malinteso e l’intesa con l’altro in un istante smarrita, lo scontro e il conflitto che tornano a turbare ogni idea o ideale di armonia, il timore che la persona amata ormai insediata nell’intimo riveli un volto inatteso, che giri le spalle e vada via, che pianti in asso e abbandoni. L’amore come d’altronde ogni passione non è senza rischi. Innanzitutto non vive senza correre il rischio della perdita, la perdita dell’amore che Freud ha isolato come elemento determinante dello sviluppo d’angoscia, in particolare sul lato femminile[1].
Quasi possiamo raffigurarla l’angoscia, nella sua relazione con l’amore, come una sentinella a guardia delle congiunture della vita, pronta a segnalare circostanze ed eventi, episodi e frangenti dove il senso di precarietà del legame si accentua, insieme a quello di minaccia. A volte fino a raggiungere le profondità del dolore di esistere. E se poi oltre a raffigurarla lasciamo che l’angoscia parli, afferriamo pure un aspetto essenziale dello stato di allerta che segnala. Ovvero che l’amore è legame, lega e tiene insieme, ma l’amore quando allenta o addirittura scioglie il suo laccio è anche nodo che si disfa e lascia cadere.
Essere lasciati cadere dall’Altro, il crinale scivoloso dell’amore. È questa l’esperienza dolorosa e temuta attorno a cui, allo stesso modo che attorno a un perno, si producono rivolgimenti e tumulti, i risvolti più comici come gli esiti più drammatici. Messi sull’avviso dall’angoscia, lo si può contrastare questo dolore e pure tenacemente. Per esempio accondiscendendo al volere altrui ma anche provocando l’altro, scrutando e verificando la tenuta della sua presenza, l’attenzione che mostra. Lo si può combattere negli scenari della gelosia, rivaleggiando con la figura dell’intruso che si insinua nella coppia e porta via. Lo si può stemperare e disperdere nella molteplicità degli incontri che veloci si succedono, magari con il ricorso ai rapidi mezzi di connessione approntati dalla tecnologia digitale. In ogni caso però il dato rimane. Osteggiato, avversato, il dolore in cui l’avventura amorosa rischia di precipitare, permane come il punto da evitare.
Cogliamo allora il rischio dell’amore e al contempo un aspetto essenziale della sua natura. Ovvero che c’è qualcosa di caduco nell’amore, qualcosa di caduto e di raccolto, di perdita da ritrovare. Così si ama e si richiama l’Altro al compito elettivo di raccogliere ciò che altrove è lasciato cadere. Qualcosa di sé, di profondamente intimo e che però resta fuori, escluso da ogni definizione, che non si riduce a nessun attributo o qualità generalmente riconosciuti. Qualcosa del proprio essere che non si lascia rinchiudere dentro i limiti tracciati dalle identificazioni, nello sforzo di dovervi corrispondere. Qualcos’altro che fa sentire la sua presenza e che però nemmeno si sa cosa esattamente sia[2]. Insomma l’amore invoca il gesto di chi raccoglie e tiene a sé il resto sfuggente che siamo e che altrove, in altri luoghi, è relegato ai margini di ogni considerazione, persino scartato.
Per questo è passione che pungola, anima, coinvolge e travolge. Nei suoi battiti insiste la domanda sul proprio essere, su ciò che si è e che ancora non si sa, affidando all’amato o all’amata il compito di rispondere. Cosicché in tanto trambusto c’è pure un’indolenza che si annida, un’inerzia da situare. Attiene precisamente alla posizione di domanda che il soggetto assume nel fenomeno amoroso e alla supposizione di sapere che la sorregge[3]. Immaginare che la persona amata conosca il segreto di questo resto di sé, che sappia del suo valore e che sappia dirne: dunque che parli, che dica[4]. Che sia lei a pronunciarsi, mentre da parte sua il soggetto sosta, aspetta, rimane sospeso a una risposta da attendere.
L’inerzia del fenomeno amoroso riguarda pertanto il sapere nella sua relazione con l’oggetto della passione, si concentra nell’idea che il sapere sia già lì nell’Altro e che basta attenderne la rivelazione. Ma tutto ciò appunto non ha che la consistenza di un’ipotesi, una credenza, una pura supposizione. Nessun sapere effettivo è messo in gioco e la domanda d’amore in fondo equivale al rifiuto di prendere a proprio carico il compito dell’elaborazione.
Amare e non volerne sapere della propria sfuggente verità, ecco il rischio più insidioso. E se la psicoanalisi non ha risparmiato al sentimento amoroso l’incombenza dell’interrogazione è per renderne avvertito il soggetto. Se interpella l’amore è per non lasciare indisturbato il fondo di misconoscimento che lo sostiene, il patto che stringe con quell’altra passione fondamentale che è l’ignoranza e con insistenza segnalato da Lacan.
Come non considerare infatti che più questo patto rimane saldo e più ingestibili risulteranno le congiunture in cui il discorso amoroso mostra la sua precarietà, vacilla, trema, avanza a singhiozzi, si interrompe o incontra il punto che segna la sua fine?
Allora un passaggio può essere atteso e il rischio spostato, rinnovato. Che l’amore non sia poi così cieco, che arrivi a sporgersi oltre il ristretto perimetro della domanda. Un passo più in là lungo la via del desiderio dove un interrogativo si fa stringente: che vuoi?
Parole chiave: amore, angoscia, sapere
[1] S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia [1925], in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 1978, vol. 10, p. 290.
[2] Qualcosa dell’ordine della pulsione nei termini freudiani, del godimento in quelli lacaniani.
[3] Come indica Lacan: «Colui a cui suppongo il sapere io lo amo» (Il seminario. Libro XX. Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 64).
[4] Cfr. J.-A. Miller, Una ripartizione sessuale, “La Psicoanalisi”, 41, p. 252.



