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Fantasma, rapporto sessuale e legami famigliari

Identità di godimenti – Giselda Lo Giudice

Madri, padri, bambini: una risposta che non c’è al non rapporto sessuale – Giuliana Mittiga

I nodi dell’adolescente – Luca Curtoni

Identità di godimenti

Giselda Lo Giudice – Membro sotto condizione SLPcf

“Io, mio marito e i miei figli… siamo tutti autistici!”. Così esordisce una donna, in colloquio, parlando di sé e della propria famiglia. Questa frase pone degli interrogativi. Sarebbe opportuno chiederci se – e in che modo – questo enunciato possa avere a che fare con ciò che Jacques Lacan ha definito come l’inesistenza del rapporto sessuale.

Lacan, dal Seminario xix[1] a Lo stordito[2], afferma con decisione che due soggetti non possono che non incontrarsi; nel rapporto sessuale non c’è altro, quindi, se non un incontro mancato. Le tavole della sessuazione del Seminario xx[3] mostrano con chiarezza che il godimento maschile e quello femminile non sono assimilabili e che, per tale ragione, non possono mai fare Uno. Di fatto, Lacan sostiene che non c’è un modo per potersi congiungere senza che qualcosa rimanga tragicamente fuori: potrebbe tale assunto aiutarci a definire l’inesistenza del rapporto sessuale?

Il soggetto, però, non smette di tentare di realizzare l’incontro. L’amore, insegna Lacan e riprende Jacque-Alain Miller, è il rimedio più praticato per coprire, pur assumendola, la falla nel sistema umano[4]. In tal senso, la famiglia e il matrimonio sarebbero le conseguenze – normate dal simbolico[5] – della scelta amorosa in quanto rimedio. Nel matrimonio non si tratta infatti di fare-Uno[6], contrariamente a quanto suggerisce Aristofane con i suoi fruttuosi incastri[7]. Si tratta invece, come detto, di un incontro tra due soggetti di desiderio e di godimento che fanno l’amore – nel migliore dei casi –, ma non del rapporto sessuale. Il legame familiare è quindi frutto di una tessitura a mano libera, se così possiamo dire, in cui qualche punto sfugge, inevitabilmente, alla perfezione della trama – e, dunque, all’incastro del rapporto sessuale.

Se l’amore è, come detto, un rimedio possibile, non è però l’unico. Nella contemporaneità riscontriamo numerosi tentativi di far esistere questo rapporto, testimonianze di una strenua lotta per coprire la faglia dell’alterità e dell’impossibile. Tra questi, la recente corsa alla diagnosi nosografica. Condizioni cliniche riconosciute come “neurodivergenza” sono oggi presenti nel discorso dei soggetti che si incontrano in seduta.

“Io sono autistico” o “Io sono ADHD”. Tali nominazioni non solo mirerebbero a definire il soggetto che parla ma, attraverso di esse, il soggetto potrebbe definirsi da sé.

Allora, la diagnosi arriverebbe a corrispondere a una versione cementificata dell’identità del soggetto, nel tentativo di dipanare l’enigma – e l’unicità – delle costellazioni sintomatiche. Approdiamo così al campo del cogito cartesiano, in cui ci si può «credere uno»[8]. Infatti, quelle citate sono espressioni solide, capaci di racchiudere in un unico ambito concettuale la variabilità dei sintomi contemporanei, siano essi di natura supposta-cognitiva (l’attenzione, la concentrazione ecc.) o di natura supposta-relazionale (isolamento, socialità difficile, scarsa tolleranza alla frustrazione, ecc.)[9]. Sembrerebbe che non ci sia alcun elemento di problematicità o disturbo riguardo alla diagnosi: al contrario, essa sarebbe sovente pacificante, tanto da sostenere la formazione di gruppi e di legami sociali fondati su un’identità di funzionamento.

L’espressione che apre questo breve scritto è figlia, forse, del concetto di neurodivergenza. La neurodivergenza è una questione di “funzionamento”, sia esso cognitivo o affettivo. Tale funzionamento, ben si presta ad essere interpretato a partire dal concetto di godimento, in quanto pretenderebbe di spiegare alcuni aspetti sintomatici e di soddisfazione riguardanti il singolo soggetto. A differenza del godimento, però, l’etichetta diagnostica e il funzionamento neutralizzano la soggettività del singolo, riconducendola a un teatro comune e universalizzato.

Alla luce di quanto esposto, tali nominazioni possono avere la funzione di “coprire” la non-esistenza del rapporto sessuale, contribuendo alla costituzione di un’identità che consente di “capirsi”: il soggetto si capisce da sé e capisce l’Altro, senza resti. “Funzioniamo tutti allo stesso modo” potrebbe allora tradursi con “godiamo tutti allo stesso modo”.

Riteniamo che l’avanzamento di un fenomeno di tale entità non possa non avere delle conseguenze sui legami familiari; questi sono, se così possiamo definirli, il variopinto prodotto dell’inesistenza del rapporto sessuale di cui parla Lacan. La frase da cui siamo partiti racchiude in nuce quanto abbiamo tentato di sostenere: “Siamo tutti autistici”, di fatto, elimina le differenze, facendo forse risuonare gli echi antichi dei rapporti endogamici. Il legame familiare si fonda così sull’identico, lasciando fuori l’estraneità del godimento chiamata in causa dal rapporto sessuale.

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro xix, … o peggio [1971-1972], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2020, pp. 177-188.

[2] J. Lacan, Lo stordito [1973], in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 451.

[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro xx, Ancora [1972-1973], Einaudi Editore, Torino, 2011, p. 73.

[4] J.-A. Miller, Logiche della vita amorosa, a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Astrolabio, 1997, p. 21: «Il versante più originale dell’amore lacaniano è invece che l’amore è invenzione, cioè elaborazione di sapere, che l’amore è un modo di dirigersi ad a».

[5] Per un approfondimento, si veda: T. Gazzolo, La giuridicizzazione del sesso, Torino, Rosenberg & Sellier, 2023, p. 51.

[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro xix, … o peggio [1971-1972], cit. pp. 177.

[7] Platone, Il simposio, Bari, Laterza, 1996, p.57.

[8] D. Laurent, in J.-A. Miller e A. Di Ciaccia, L’Uno tutto solo, Roma, Astrolabio, 2018, p. 234.

[9] A.A. V.V., Disturbo dello spettro dell’autismo e Disturbo da deficit di attenzione/iperattività, in DSM v, Torino, Raffaello Cortina Editore, 2014, pp. 57-76.

Madri, padri, bambini: una risposta che non c’è al non rapporto sessuale

 Giuliana Mittiga – membro sotto condizione SLPcf

Nella strutturale impossibilità di un rapporto diretto, reciproco e soddisfacente del parlessere, mancante e sempre alla ricerca, con l’oggetto, Lacan ci indica che «l’amore supplisce all’assenza di rapporto sessuale»[1] a condizione che il godimento solipsistico si apra all’incontro con l’Altro del desiderio.

Nel rapporto uomo-donna, l’altro simile, oggetto sempre insoddisfacente nella coincidenza con la Cosa, è rivestito immaginariamente di volta in volta: per un uomo si tratta dell’entrare in rapporto con L/a donna (oggetto partner) che non esiste; per una donna si tratta della relazione con il partner, ma anche del proprio essere Una donna.

Entro i legami familiari, dove subentra alla coppia un quarto, il bambino e il suo enigma, cosa consente al godimento di accondiscendere al desiderio? Può dirsi l’essere madre o padre una risposta all’assenza della cor-rispondenza strutturale? E chi ne dà lo statuto di invenzione, se non il bambino?

«La funzione di residuo che la famiglia coniugale nell’evoluzione della società sostiene (e nello stesso tempo mantiene), mette in valore l’irriducibile di una trasmissione – che è di un altro ordine di quella della vita secondo la soddisfazione dei bisogni – ma che è di una costruzione soggettiva, che implica la relazione a un desiderio che non sia anonimo. È secondo una tale necessità che si valutano le funzioni della madre e del padre. Della madre: per il fatto che le sue cure portano l’impronta di un interesse particolarizzato, fosse solo tramite le proprie mancanze. Del padre: per il fatto che il suo nome è il vettore di una incarnazione della Legge del desiderio»[2].

I legami, anche quelli familiari, quindi, possono sostenersi solo lì dove è operante una “cessione” del godimento: una crepa del solipsismo che consente un annodamento del reale con il simbolico e l’immaginario per il tramite del fantasma. Nello scenario fantasmatico proprio a ciascuno, infatti, il solco lasciato dallo scarto del godimento sfuggito alla significantizzazione, lascia il posto ad a, velo sulla mancanza e motore del desiderio. Pertanto, nella famiglia, di particolare importanza è il fantasma di chi si occupa del figlio: il bambino, come ci dice Lacan, si fa sintomo della coppia familiare (S1, S2), oppure realizza la presenza proprio dell’oggetto a, rivelando la verità del fantasma. «Ne risulta che, in proporzione a ciò che presenta di reale, il bambino è più o meno esposto a una subornazione nel fantasma»[3].

La puntualizzazione di Lacan sul bambino esposto a una subornazione nel fantasma invita a rovesciare lo scenario: l’oggetto a non è determinato dallo scenario fantasmatico, bensì è anche attorno alla comparsa di quel bambino che il fantasma si organizza dettagliando l’oggetto a. Il bambino, nel suo presentarsi come enigma, dunque, è esposto al rischio di una corruzione/subornazione, rischia cioè di farsi complice di un reato: ingannare il fantasma materno (chi si occupa del suo accudimento), andare contro il suo “dovere” di soggetto e farsi oggetto-scarto dell’Altro.

Nella contemporaneità, si osserva che sempre più faticosamente le madri e i padri esercitano quelle funzioni, indicate da Lacan, necessarie alla costruzione soggettiva. Parallelamente, maggiori sono i sintomi del bambino oggetto-scarto, subornato nel fantasma. È in proposito a ciò si propone una rilettura del racconto Le avventure di Pinocchio dell’autore Carlo Collodi. In tale narrazione, un figlio nasce dall’assenza di un rapporto sessuale, dalla assenza di un padre che incarni la Legge del desiderio per una donna, dall’assenza di cure particolareggiate di una madre, ed eppure, infine, inventa una famiglia e la adotta.

Un pezzo di legno, scarto destinato a diventar cenere, si ritrova nella bottega di un uomo che è intento a farne “gamba da tavolino”, collocato lì come quarto che sorregge. Il tocco di legno si oppone a ciò e, facendosi viva voce, diviene insostenibile enigma per l’uomo che intendeva plasmarlo a suo uso e consumo. Il legno è allora subito ceduto a un altro uomo, fumantino, “bizzosissimo” e rissoso, che ne fa proprio un burattino (privo di orecchie, sordo all’Altro), ne fa un bambino di legno messo al mondo per il proprio guadagno.

In una casa povera e pressoché vuota ma dipinta, lì dove l’oggetto non c’è appare l’immagine, il pezzo di legno prende forma e nome: Pinocchio, nome assegnato con la speranza di “passarsela bene” ovvero di chiedere “l’elemosina”. Pinocchio con “garbo insolente e derisorio” è elemento condensato di godimento e inizia da subito la sua erranza: via via oggetto superegoico dell’Altro, del cui frinio lo stesso non riesce a liberarsi. Privo di un oggetto di soddisfacimento da prelevare dall’Altro materno (seno), incontra la sua prima impasse quando compare il bisogno (fame) insoddisfatto: ecco la necessità di una torsione nella domanda d’amore e nel dono. Il primo dono è pagato a caro prezzo dal Padre che prova a introdurre Pinocchio al discorso: restando in “maniche di camicia” compra l’abbecedario al figlio.

Il discorso dell’Altro è però insostenibile per l’oggetto-scarto, che lo rifiuta alla ricerca di un proposto godimento senza limite: il teatro dei burattini di Mangiafuoco, la promessa del Campo dei Miracoli del Gatto e la Volpe, il Paese dei Balocchi. Nel corso del tragitto di Pinocchio si verifica però un inciampo: il primo sogno di Pinocchio. A questo, iniziano a seguire una serie (S2) di inciampi: una graduale morte di Pinocchio come oggetto-scarto (impiccato) in favore della comparsa del soggetto diviso dal senso di colpa, dalla vergogna e dall’uso della bugia (segno di una separazione dall’Altro). Pinocchio, vittima della frode e del tribunale, mette in scena la coazione a ripetere di un modo proprio di godere: tradire “chi gli vuole bene”. Ecco che il conflitto di Pinocchio non sembra più essere con l’Altro che vuole impedirgli il piacere ma, diviene intrapsichico. Sta a Pinocchio separarsi dall’essere solo oggetto dell’Altro, per assumere la ripetizione del proprio più di godimento affinché singolarizzi anche il suo corpo di legno.

La “Fata”, bambina dai capelli turchini, morta che aspetta la bara e che dispare e riappare come dispensatrice di guarigione, gli si propone, in un primo tempo, come sorella: una sorella con cui poter fare legame familiare assieme al “babbo”, ma che morendo di dolore, sancisce in Pinocchio la divisione soggettiva. La seconda morte della bambina amata è una perdita necessaria per Pinocchio per inventare il Padre, babbo perso in mare alla sua ricerca. Solo per il tramite di questa perdita, infatti, il burattino si muove alla ricerca del padre, entra nel Paese della fatica e del “lavoro”, necessario per sopravvivere, e cede a esso. La Legge è così salva e la sorella morta, compare ora come una donna dai capelli turchini che si offre a Pinocchio come una madre.

Per amore della madre, entro cui Pinocchio scorge una donna da desiderare, il burattino assume il proposito di divenire un ragazzo, ma non senza fatica: quella di assumere il proprio modo di godere. Pinocchio, ora, non è più vittima degli accadimenti, contro l’Altro, ma implicandosi, si assume la responsabilità dei propri atti per i quali si dà pena. Quando infine rischia la vita e la piega al lavoro, per salvare il padre, ecco che il burattino lascia il posto al ragazzo: un padre di cui può far a meno, per servirsene.

La soggettivazione passa per tempestosi momenti in cui si scontra con il non c’è rapporto sessuale, fino a che Pinocchio assume la non esistenza del rapporto sessuale, cede e sacrifica qualcosa del suo godimento, per farlo accondiscende al desiderio: non quello di diventare un bambino vero ma di aver il suo posto in una famiglia.

«Dopo andò a guardarsi nello specchio, e gli parve di essere un altro. Non vide più la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose. […] – Levatemi una curiosità babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? […] Perché quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie»[4].

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 37

[2] J. Lacan, Nota sul bambino [1969], in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 367.

[3] Ivi, p. 368.

[4] C. Collodi, Pinocchio (1881), Feltrinelli, Milano, 2022, pp. 280-281.

I nodi dell’adolescente

Luca Curtoni – Membro SLPcf e AMP

Tra le angolature più interessanti a partire dalle quali approcciare l’inesistenza del rapporto sessuale credo che possa essere contemplata anche quella dell’adolescenza, ovvero la condizione di chi si trova obbligato a vivere in una condizione di radicale solitudine, anche se, di fatto, spesso paradossalmente popolata da una pluralità di soggetti (i familiari). Sloggiato dal posto che occupava come oggetto legato al desiderio dell’Altro genitoriale, l’adolescente  è infatti costretto a situarsi singolarmente davanti al suo reale, ad attraversare quella “galleria”, nell’immagine freudiana dei Tre saggi sulla teoria sessuale[1], perforata, da una parte, dalle trasformazioni subite dal corpo in età puberale, e dall’altra parte, da un altro buco, quello del sapere, nel senso che  l’adolescente non ha un sapere rispetto alla condizione nuova in cui viene a trovarsi, visto che quello dell’Altro genitoriale è ormai percepito come lontano. È questa particolare contingenza in cui si viene a collocare l’adolescente che, epistemicamente, richiede un approccio che sappia muoversi nelle retrovie più primitive del soggetto. I nodi non vogliono essere né delle rappresentazioni, né delle metafore: sono reali e mostrano, più di qualsiasi strumento teorico, il non rapporto che è alla base del soggetto. L’articolata e lunga riflessione di Lacan sulle modalità attraverso le quali i nodi possano mostrare che i tre anelli del nodo borromeo proprio in quanto eterogenei e senza rapporto vengano tenuti insieme dal buco che li separa e li rende consistenti ci fa entrare direttamente nell’impasse più profonda dell’adolescente. La ricca e variegata fenomenologia dell’adolescente può essere infatti letta essenzialmente nell’impossibilità di essere uno con l’Altro, nel senso dell’integrazione reciproca del corpo dell’Uno nel corpo dell’Altro, della loro fusione che realizzerebbe il rapporto. Ognuno dei due corpi rimane infatti chiuso nel suo godimento autoerotico perché il linguaggio, nel quale è immerso ogni essere umano, costringe a dover passare attraverso le sue maglie, condizione che separa inevitabilmente il soggetto dal suo corpo e da quello dell’altro. Oggi, e la clinica dei sintomi contemporanei lo conferma, il reale del non rapporto sessuale è ancor più messo a nudo dall’evaporazione della figura paterna che permetteva, anche solo qualche decennio fa, supplenze ben più tenaci all’assenza del rapporto sessuale. Il simbolico di questi adolescenti è spesso drammaticamente deficitario, poiché il declino della metafora paterna ha trasformato il padre tradizionale dapprima in un padre materno e, ultimamente, in un «parente»[2], come sintetizza efficacemente Marie-Hélène Brousse nella ricostruzione della configurazione attuale della società contemporanea, dove il discorso giuridico ha indifferenziato padre e madre, appunto “parenti”, nella funzione unica di accudimento contro quella precedente dell’autorità e del nome. Negli ultimi decenni la famiglia si è così ricalibrata su un altro asse, che non è più quello del Nome del Padre, del padre che, garante e intermediario, introduce il figlio nel mondo. Avendo perso la sua funzione di rappresentanza ed essendosi trasformato in un semplice Uno che, insieme agli altri componenti, costituisce la famiglia degli uni-tutti-soli, il padre pluralizzato, così come ce lo illustra l’ultimo insegnamento di Lacan, si colloca ormai in un contesto che non è più quello dell’ordine simbolico da rappresentare e da ricucire. Il venire meno della figura tradizionale dell’essere padre strappa il velo che ricopriva l’inesistenza del rapporto sessuale facendo emergere molto più visibilmente che in passato l’aspetto orribile e insostenibile del buco, rispetto al quale l’adolescenza moderna tende a non volerne sapere, a scrivere quindi il rapporto sessuale, collocandosi all’interno di identità sessuali sempre più specifiche e segregative (basti vedere la suddivisione interna delle identità ‘Transgender’, ‘Non-binary’, ‘Genderfluid’, ‘Demigender’ e ‘Henogender’). L’adolescente può essere così considerato come colui che costitutivamente sperimenta per la prima volta in modo più o meno consapevole una situazione di dis-annodamento. Traumatizzato dal reale della sessualità[3], con un immaginario stravolto dalle trasformazioni puberali, entra in una dimensione di crisi, di non rapporto, che può essere descritta anche come l’impossibilità di articolare le sue nuove e potenti sensazioni immediate alla lingua e al sapere dell’Altro.

Ma, come anticipavamo sopra in relazione all’intima relazione tra buco e nodo, è proprio il non rapporto sessuale a fungere da molla per un’invenzione creativa che va in direzione della costruzione di una nuova soggettività. Evitando la tentazione di incollarsi al reale che gli si è imposto (precipitando così nel buco dell’assoluto non senso) o di non volerne sapere nulla, come testimoniano le ultime generazioni di adolescenti che si rifugiano in identità immaginarie, il reale non deve essere eluso poiché è il reale che annoda il simbolico e l’immaginario. I tre anelli del nodo borromeo si tengono insieme proprio grazie al reale che è uno degli anelli e, al contempo, l’intreccio materiale che si realizza nell’annodamento dei tre registri. In altre parole, la topologia dell’ultimissimo Lacan ci accompagna nel luogo primigenio di ciascun soggetto dove avviene il traumatismo simbolico, mostrando che è proprio questo che apre al reale come ex-sistenza: c’è del godimento, yad’lun, dove qui è il simbolico a bucare il reale, a marchiare il reale con un significante primitivo che fa uscire il soggetto dalla dimensione biologica per farlo entrare in quella della vita. La disarticolazione dell’adolescente, con la conseguente crisi e ricerca di un nuovo annodamento, attraverso la lente della topologia borromea, ci porta al primitivo e contingente choc del corpo operato dal linguaggio che dà luogo e spazializzazione al godimento, per poi riconoscere l’importanza che ha per l’adolescente il nominare quest’ultimo, articolare l’S1, a un S2 e costruire il cosiddetto inconscio transferale. In questa contingenza, dove si ri-genera il soggetto, nulla lega a priori i tre registri: le modalità di connessione sono dell’ordine del singolare, dell’invenzione. Lo spazio di ascolto dell’analista deve farsi così terreno fertile perché l’adolescente possa impiantare il proprio S1, nella consapevolezza che il lavoro si dipana essenzialmente su un piano molto più dinamico, fatto di sovrapposizioni, immistioni, tagli, suture che rinviano alla distinzione sempre aperta tra annodamenti di tipo borromeo (nodi che tengono) e non borromeo (nodi suscettibili di scioglimento). Gli interventi, anche interpretativi, dell’analista fungono quindi da operazioni che permettono di separare e distinguere gli anelli in gioco, cogliendo i movimenti e i loro vettori. Nella fattispecie, l’emergenza del godimento fallico è legata alla immistione del simbolico nel reale, mentre l’angoscia, che si origina all’interno del corpo, nasce dall’immistione del reale nell’immaginario, così come l’immistione dell’immaginario nel buco del simbolico produce l’inibizione. Seguendo lo schema proposto da Pierre Skriabine in un testo del 2011[4], gli annodamenti non borromei, nei quali non si ha la delimitazione del godimento dell’Altro, del senso e l’estrazione dell’oggetto a, mostrano come i tre anelli possono legarsi omogeneizzandosi,  determinando in tal modo la paranoia, o, nel caso del paradigma di Joyce, annodando i tre registri attraverso un quarto elemento (l’invenzione dell’ego correttore), o, infine, come un annodamento a tre non borromeo sia caratteristico della psicosi ordinaria. È una strumentazione concettuale ricchissima e molto concreta, una pragmatica che permette al clinico di cogliere la creatività e finezza degli arrangiamenti dell’adolescente (e dell’analizzante in generale), constatando il suo riuscire a “sentirsi nella vita”, come avviene nell’articolazione borromea dell’annodamento, o registrando un disallineamento tra reale e simbolico che è espressione di un disordine che Miller ha identificato utilizzando tre registri di esternalità (sociale, corporea, soggettiva).

[1] S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale [1905], in Opere, Torino, Boringhieri, 1977, vol. 4, pp. 514-515.

[2] M.-H. Brousse, Modi di godere al femminile, Torino, Rosenberg § Sellier, 2021, p. 28.

[3] «la sessualità fa buco nel reale […] non c’è nessuno che se la cavi bene» (J. Lacan, Prefazione a Risveglio di primavera [1974], in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 554).

[4] Cfr., P. Skriabine, Lacan topologue, “La Cause freudienne”, n. 79.

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