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Il non rapporto sessuale e l’amore

Non c’è rapporto sessuale, l’amore come supplenza – Alice Ballarini

Dall’impossibilità del rapporto alle possibilità della parola – Simone Barbagallo

(M)isterizzare – Massimiliano Rielli

Non c’è rapporto sessuale, l’amore come supplenza

Alice Ballarini – Membro sotto condizione SLPcf

Jacques Lacan scrive nel Seminario XX: «Ciò che supplisce al rapporto sessuale è precisamente l’amore»[1]. Ciò che permette a due persone di stare insieme è un cammino che consente di coniugare «l’amore e il godimento sessuale»[2]. Per chiarire di questa inesistenza ci si orienta dalla parte del fallo e del godimento.

Il presente elaborato risponde all’invito a una messa al lavoro intorno al tema del prossimo convegno AMP 2026, Non c’è rapporto sessuale. Il cartello indaga nello specifico l’amore.

Il lavoro di ricerca, al fine di produrre un’articolazione sul tema, prende il via a partire dalla mia esperienza nella pratica clinica. Riprendo il lavoro con gli adolescenti, mi interrogo se in questo momento della vita di un soggetto sia possibile incontrare il tipo di amore che funzioni come supplenza.

Alexandre Stevens parla dell’adolescenza come «sintomo della pubertà»[3], per girare «intorno al fatto che non c’è rapporto sessuale»[4]. In psicanalisi la sessualità si intende come dimensione dell’inconscio e non della realtà biologica. Così, per l’adolescenza «il reale, più che essere organico, è l’emergere di qualcosa di nuovo rispetto al quale il soggetto non ha una risposta»[5].

Si tratta di un periodo in cui il risveglio pulsionale può avere degli effetti, per Freud la pubertà è marcata dalla scoperta di un nuovo oggetto, l’oggetto sessuale.

Se nelle teorie sessuali infantili il bambino si trova in preda all’angoscia di castrazione, nella fase edipica dello sviluppo sessuale del bambino Freud fa consistere la nozione di fallo. Dopo l’infanzia, con l’arrivo della pubertà, le scelte dell’oggetto d’amore vanno riconfermate. Le scelte legate alla propria sessualità, all’oggetto d’amore, non sono definite una volta per tutte, si ripresentano durante l’adolescenza, in cui il soggetto deve rifare, confermare o disconfermare, le sue scelte oggettuali. Se poi c’è ambiguità nella scelta, l’esigenza di rimetterle in discussione non è detto che non si ripresenti più avanti, nella vita adulta.

Non si tratta dell’oggetto a, tuttavia l’oggetto a è implicato in quanto il tentativo di Lacan è di articolare la logica dell’Edipo a quella delle pulsioni.

Dopo il periodo di latenza, il bambino è proiettato nella pubertà dove la pulsione ritorna in un corpo non più di un bambino, ma in un corpo diverso, con il quale egli si troverà a capire come fare per incontrare l’altro sesso. Il sintomo può emergere come tentativo di affrontare la questione della sessuazione.

Si può collocare per il soggetto in adolescenza un primissimo incontro, l’incontro dell’Altro in un altro.

È l’incontro l’evento maggiore e, a seconda di come sono andate le cose nell’infanzia, questo incontro avrà esiti differenti, come testimonia l’opera Risveglio di primavera[6] di Wedekind, in cui ogni adolescente testimonia il tentativo di trovare una risposta.

Quando si parla di una prima esperienza sessuale, a che cosa si fa riferimento? Si tratta dell’incontro del proprio corpo con il corpo di un altro, ma di che ordine è? «Il godimento che sopraggiunge nell’adolescenza è precisamente un nuovo reale che fa irruzione»[7]. Si può dire che per il soggetto c’è un impulso a uscire dalla posizione infantile di essere desiderato, posizione che dà esiti variabili a seconda del posto nel desiderio dell’Altro, per raggiungere una posizione desiderante, «ci troviamo di fronte a questa delicata questione della richiesta di soddisfazione di un bisogno sessuale con le sue dimensioni correlate di amore e desiderio»[8].

Susanna, protagonista del libro autobiografico scritto da Susanna Kaysen La ragazza interrotta[9], è una giovane ragazza di 18 anni che racconta la sua esperienza dentro un ospedale psichiatrico nel quale viene internata a seguito di un’overdose di farmaci e alcol. La trama, che testimonia dei legami dentro e fuori dall’ospedale, parla delle prime esperienze con l’eccesso: un più di godere nel rapporto con la sostanza, un troppo nel piacere del corpo che si traduce in promiscuità sessuale. Ciò ha un effetto, seppur mortifero, di barriera dal godimento dell’Altro. Così una giovane paziente in consultazione, passando per il tramite della parola, acconsente nell’arco del trattamento ad apporre un velo al reale del godimento. Non può rischiare di incontrare l’amore, tuttavia il velo tra il soggetto e il godimento dell’Altro le fa da supplenza. Incontra un impossibile, nella misura in cui non è tramite il rapporto sessuale che si crea un’unione. Lacan, nel Seminario XX, dice: «Siamo una cosa sola. Tutti sanno, naturalmente, che non è mai capitato che due facessero uno, ma insomma, siamo una cosa sola. È da qui che parte l’idea dell’amore. È veramente il modo più rozzo di dare al rapporto sessuale, a questo termine che evidentemente sfugge, il suo significato»[10].  Lacan rifiuta l’Uno del rapporto sessuale, il quale esiste solo nell’immaginario.

L’incontro è l’evento dal quale nasce l’amore, ma perché passi allo statuto di supplenza occorre un lavoro di costruzione. Come si costruisce un primo abbozzo di supplenza? C’è un passaggio che si deve compiere, dall’innamoramento, che è proprio dell’immaginario, a una scelta che si distingue per non entrare più nell’ordine della ripetizione.

L’oggetto piccolo a, causa di desiderio, si pone come supplemento di Ⱥ (A barrato) grazie al quale il grande Altro può apparire come un tutto: «La peculiarità di ciascuno, ciò che risponde all’invenzione di ciascuno, è invece a. […] L’oggetto a dà la sua particolarità a ciascuno, perché si colloca al posto del supplemento»[11].

L’incontro con l’Altro avviene là dove l’Altro mostra la sua mancanza. Là dove c’è Ⱥ, non-tutto di A, in funzione della struttura clinica di ciascuno, si dà un tipo particolare di supplenza ad A. Lo si può interpretare come desiderio, o come volontà di godimento dell’Altro. «Nella psicosi, nella paranoia, il soggetto è senza difesa altra che non sia il suo delirio, alla mercé della volontà del godimento dell’altro»[12].

Nei passaggi descritti nell’incontro con l’Altro, il punto in cui si incontra la castrazione fa emergere se per il soggetto questa è tollerabile o meno.

Nella lezione del 22 aprile 2023 del corso della New Lacanian School intitolato Delusions, Neus Carbonel esamina l’artista Dalì, osservando che per lui, come per Joyce con Nora, «non c’è che una donna»[13], Gala. Allo stesso modo della relazione di Joyce con Nora, per come ne parla Lacan, così è per Dalì: «Dirò che è una relazione sessuale, anche se dico che una cosa del genere non esiste, ma è una strana vecchia relazione sessuale»[14].

Un paziente in consultazione si trova alle prese con il primo rapporto sessuale con una ragazza, come fare? Si può trattare il reale attraverso la parola d’amore: «Fare l’amore è poesia. Ma tra la poesia e l’atto c’è un mondo»[15]. L’arte può permettere di tratteggiare un bordo a difesa del godimento dell’Altro, che tuttavia resta persecutorio. Parlare d’amore può, nella cura, permettere di supplire alla non esistenza del rapporto sessuale, passando attraverso la propria grammatica d’amore, affinché qualcosa dell’ordine del reale pulsionale venga meno nel passaggio attraverso l’età adolescente? Si tratta di tessere un nodo non attraverso gli ideali familiari: «Spetta all’adolescente inventare la propria lingua, e nuove forme di partenariato per tessere quell’annodamento tra reale, simbolico e immaginario»[16].

«In analisi si entra dalla porta dell’amore»[17]. Nell’incontro con un analista c’è un incontro d’amore, ma differisce dall’incontro tra gli amanti poiché non avviene attraverso la via dell’ideale, ma attraverso il transfert. L’incontro amoroso, dunque, non è diverso dall’incontro transferale, se non che nella cura a è ciò che resta da dire e non un supplemento perché A appaia come un tutto.

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro xx, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 43.

[2] Ivi. p. 48.

[3] A. Stevens, L’adolescence, symptôme de la puberté, “Les Feuillets du Courtil”, 15, https://www.courtilpro.be/courtilenlignes/index.php/revue/article/feuillets-15/clinique/l-adolescence-symptome-de-la-puberte.

[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro xx, Ancora [1972-1973], cit. p. 54.

[5] «Ce réel, plus que d’être organique, est surgissement d’un nouveau par rapport à quoi le sujet n’a pas de réponse déjà faite» (A. Stevens, L’adolescence, symptôme de la puberté, “Les Feuillets du Courtil”, 15, https://www.courtilpro.be/courtilenlignes/index.php/revue/article/feuillets-15/clinique/l-adolescence-symptome-de-la-puberte, Trad. mia).

[6] F. Wedekind, Risveglio di primavera, Genova, Il Nuovo Michelangelo, 2007.

[7] «La jouissance qui survient à l’adolescence est justement un réel nouveau qui fait irruption» (C. Page et L. Jodeau-Belle, Le non-rapport sexuel à l’adolescence. Théâtre et cinéma, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2015, p. 123, [trad. nostra].

[8] Ivi p. 86.

[9] S. Kaysen, La ragazza interrotta, Milano, Corbaccio, 1994.

[10] J. Lacan, Il Seminario, Libro xx, Ancora [1972-1973], cit., p. 45.

[11] J.-A. Miller, Logiche della vita amorosa, a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Astrolabio, 1997, pp. 16-17.

[12] Ivi, p. 17.

[13] Il testo fa riferimento all’intervento di Neus Carbonel del 22 aprile 2023 dal titolo Grandiose Delusions, in cui il relatore cita: Dalí, S., Confesiones inconfessables, Barcelona, Bruguera, 1975, p. 71.

[14] Neus Carbonel fa riferimento al testo: Dalí, S., Confesiones inconfessables, cit., p. 68.

[15]  J.-A. Miller, Logiche della vita amorosa, cit., p. 69.

[16] «C’est à l’adolescent d’inventer sa propre langue, et de nouveaux partenariats pour tisser ce nouage entre réel, symbolique et imaginaire» (C. Page et L. Jodeau-Belle, Le non-rapport sexuel à l’adolescence. Théâtre et cinéma, cit., p. 87, Trad. mia).

[17]  J.-A. Miller, Logiche della vita amorosa, cit., p. 12.

Dall’impossibilità del rapporto alle possibilità della parola

 Simone Barbagallo – Psicologo- Allievo Istituto freudiano di Roma

Un mottetto di Montale ci introduce alla questione dell’assenza del rapporto sessuale:

Il fiore che ripete
dall’orlo del burrato
non scordarti di me,
non ha tinte più liete né più chiare
dello spazio gettato tra me e te[1].

Lo spazio gettato tra me e te: un nome dello iato, impossibile da colmare. All’apparente evidenza di due corpi che si congiungono, Jacques Lacan obietta: «Se c’è qualcosa che non fa uno, è evidentemente la stretta sessuale»[2].

Questa operazione che a prima vista apparirebbe così naturale – i due sessi che si incastrano e si saldano in un uno – nell’umano non funziona. Il piano naturale dell’esperienza non è accessibile: l’umano è tale proprio perché vive un’esperienza non naturale. L’essere parlante infatti è sprovvisto della dotazione istintuale che si trasmette biologicamente nell’animale, e dunque manca di un sapere naturale sulla sessualità. Invece delle soluzioni lineari tracciate dall’istinto, sono quelle ben più tortuose e ripide della pulsione che fanno sì che, come dice Lacan, una scarpetta di donna susciti lo stesso impulso destinato alla riproduzione.

L’umano viene al mondo nel linguaggio, che lo avvolge al pari dell’ambiente naturale: l’incontro con il significante è costituente, e «da questo incontro nascono dei marchi, che sono dei marchi sul corpo»[3]. Il linguaggio scava un buco, causa perdita di godimento: occorre cedere una libbra di carne come «garanzia dell’ordine significante»[4]. Questa libbra di carne, resti di scavo dell’operazione del significante, è qualificata da Lacan oggetto a.

Quando Lacan dice che non c’è rapporto sessuale, parla del rapporto sessuale tra esseri parlanti: esseri cioè che devono il loro stesso essere all’essere nel linguaggio. È proprio l’iscrizione nel linguaggio la causa logica dell’impossibile del rapporto sessuale, la sua non scrivibilità. Lacan racconta: «la storia che sicuramente voi tutti conoscete del masochista e del sadico – Fammi male, dice il primo al secondo, e questi risponde – No. […] chi meglio del sadico e del masochista sembra fatto apposta per intendersi? Certo, ma come potete vedere da questa storia, essi s’intendono a condizione di non parlarsi»[5]. La parola infatti rompe la spontaneità dell’intesa, scava un fossato tra gli esseri parlanti, proprio mentre vorrebbero congiungersi e fare uno. Se dunque la spinta verso l’Uno è un miraggio che appare in lontananza ma più si cerca di raggiungerlo più scompare, l’illusione erotica causata dalla rifrazione della pulsione è destinata a incontrare la smentita del reale del non rapporto: «il reale è, chiaramente, due. A partire da ciò, è del tutto evidente che il reale è, come mi esprimo io, l’impossibile. In altre parole, l’impossibile di ciò che darebbe senso al rapporto cosiddetto sessuale»[6].

Il linguaggio divide, rende impossibile il rapporto sessuale, e «là dove non c’è rapporto sessuale, si parla di troumatisme»[7]: la scrittura con trou, buco, indica un buco che fa trauma. Un trauma che fa buco.

D’altra parte, è al linguaggio stesso che l’essere parlante fa ricorso per colmare questa distanza: è il «linguaggio come legame. […] Il legame […] è un legame tra coloro che parlano»[8]. Duplice funzione del linguaggio: stacca il vivente umano dalla naturalità dell’organismo animale, rendendogli impossibile il rapporto sessuale, il fare uno, ma al contempo fa legame: «Dato che per noi si tratta di prendere il linguaggio come ciò che funziona per supplire all’assenza della sola parte del reale che non possa arrivare a formarsi dall’essere, cioè il rapporto sessuale»[9].

Pietra d’inciampo che l’essere parlante trova inevitabilmente sul proprio cammino, l’assenza del rapporto sessuale è dissonanza che produce un effetto di insoddisfazione, a cui viene a supplire una forma particolare di legame, l’amore: un legame intessuto dei fili sottili e fragili della parola che si libra sul reale del non rapporto, al punto che nel Seminario VIII Lacan dice che: «Non c’è amore se non per un essere che può parlare»[10].

L’impossibile del rapporto è dunque un vuoto scavato dal linguaggio, ma orlato dal linguaggio stesso: una mancanza contornata di parole, dove ogni parola non fa che chiamarne un’altra. Come scrive Jankélévitch: «L’ultima parola è sempre la penultima»[11], o, come dice Lacan: «amore domanda amore. Non cessa di domandarlo. Lo domanda… ancora»[12]. Encore, en corps. Ancora, nel corpo: in quel corpo segnato dalla parola, che impedisce al rapporto sessuale di funzionare, ma allo stesso tempo supplisce a questa mancanza.

La parola che fa ponte è dunque qualcosa di non già detto, di inedito: un’invenzione. Una parola poetica, che forza le consuetudini della lingua per risuonare come pura enunciazione, che attraversa ogni enunciato senza potervisi esaurire. Si tratta di una necessità logica, non potendo essere pre-scritta dall’istintualità biologica. Jacques-Alain Miller dice: «È precisamente il trauma del significante, del significante enigma, del significante godimento che obbliga a un’invenzione soggettiva»[13]. L’impatto con il reale del non rapporto, allora, può coincidere con l’apertura di un presente in cui qualcosa accade: «Ma lo sappiamo tutti, perché tutti inventiamo qualcosa per riempire il buco del reale. Dove non c’è rapporto sessuale, c’è troumatisme. Inventiamo! Inventiamo quello che possiamo, naturalmente»[14].

[1] E. Montale, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1984, p. 154.

[2] J. Lacan, Excursus, in Id., Lacan in Italia, Milano, La Salamandra,1978, pp. 85-94, p. 87.

[3] J.-A. Miller, Pezzi staccati. Introduzione al Seminario XXIII Il sinthomo, a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Astrolabio, 2006, p. 65.

[4]Id., L’angoscia. Introduzione al Seminario X di Jacques Lacan, Macerata, Quodlibet, 2006, p. 66.

[5]J. Lacan, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio, [1957-1958], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2004, pp. 65-66.

[6] J. Lacan, Il fenomeno lacaniano, “La Psicoanalisi”, 24, pp. 9-24, p. 18.

[7] J. Lacan, Il seminario, Libro XXI, Les non dupes errent. [1973-1974], inedito, lezione del 19 febbraio 1974, [trad. nostra].

[8] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 28.

[9] Ivi, p. 46.

[10] J. Lacan, Il Seminario, Libro VIII, Il transfert [1960-1961], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2008, p. 390.

[11] V. Jankélévitch, Le Pardon, Paris, éditions Montaigne, 1967, p. 211.

[12] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, cit. pp. 5-6.

[13] J.-A. Miller, L’invenzione psicotica, “La Psicoanalisi”, 36, pp. 12-30, p. 24.

[14] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXI, Les non dupes errent, cit., lezione del 19 febbraio 1974, [trad. nostra].

(M)isterizzare

Massimiliano Rielli – Membro sotto condizione SLPcf

Il racconto di Borges La setta della fenice[1] narra di una particolare setta in cui la comunanza dei membri è data dalla condivisione del “segreto”.

Jacques-Alain Miller legge il racconto di Borges[2] rivelandoci il mistero: il “segreto” è il coito e dunque ogni uomo condivide questo segreto, che segna l’appartenenza alla setta degli esseri parlanti.

Borges scrive: «tutte le parole lo nominano o […] inevitabilmente vi alludono», proprio come dice Jacques Lacan, ovvero: «il sesso è dappertutto dove non dovrebbe essere»[3].

Nel racconto ciò che vi è di reale viene condotto al culturale, dice Miller: «Viene così relegato al rango di sembiante»[4].

Nei Seminari XIX e XX, Lacan pluralizza i godimenti, non più quello solo fallico, ma anche il godimento non-tutto fallico, dunque singolare.

Non c’è rapporto tra i sessi, questi non hanno un medium per fare rapporto: c’è un sesso, un altro sesso e così via… Lacan ci dice che: «solo i significanti copulano tra loro nell’inconscio»[5]. C’è rapporto sessuale tra i significanti, un intreccio tra godimento e senso, per questo “tutti sono folli”. Non c’è invece rapporto tra i diversi Uni.

Quale significante accomuna i membri della setta degli uomini? È il fallo, ‘fenice’ che scompare e risorge. Ogni essere parlante condivide un legame con il fallo, come funzione, come significazione. Per ogni x, Φ(x)[6].

Puntiamo allora su ciò che fa da ostacolo al rapporto tra i sessi considerando il ruolo del fallo.

Lacan dice: «il fallo è l’obiezione di coscienza fatta da uno dei due esseri sessuati al servizio da rendere all’altro»[7] e ancora «il godimento fallico è l’ostacolo per cui l’uomo non arriva a godere del corpo della donna, precisamente perché ciò di cui gode è il godimento dell’organo»[8].

Ancora, Lacan dice che nel rapporto tra i sessi: «C’è un rapporto con il fallo che instaura un terzo irriducibile […] Dico il fallo, che non è la stessa cosa di quanto indichiamo con l’organo»[9].

Dunque, il godimento dell’organo fa da ostacolo, occorre che vi sia -phi: «per l’uomo, in assenza di castrazione, in assenza cioè di qualcosa che dice di no alla funzione fallica, non c’è possibilità alcuna che vi sia godimento del corpo della donna, in altri termini, che egli faccia l’amore»[10].

Il non-rapporto è allora la disgiunzione tra godimento e Altro, ovvero tra Uno e Altro: è il godimento nel corpo proprio, en-corps, il godimento fallico, ma anche godimento della parola. Si gode allora masturbandosi, ma anche parlando. Il regime dell’Uno senza l’Altro è quello di un godimento a-sessuato, dire che sia sessuale è pertanto problematico[11].

Il velo, il sesso, l’amore

Oggi il coito non è più segreto come nel racconto di Borges, lo evidenzia la pornografia come salita allo zenith degli oggetti parziali.

Sul fallo Lacan scrive: «questo significante è scelto come ciò che di più saliente si possa cogliere nel reale della copulazione sessuale», tuttavia esso: «può esercitare il suo ruolo soltanto velato, cioè come segno della latenza da cui è colpito ogni significabile una volta elevato (aufgehoben) alla funzione di significante»[12].

Nell’attualità, con l’evaporazione o vaporizzazione del Nome-del-Padre[13], il fallo può essere ancora velato? Può esserci ancora -phi?

Lacan dice: «per accedere all’altro sesso bisogna realmente pagare un prezzo, quello della piccola differenza, che passa subdolamente nel reale con la mediazione dell’organo, precisamente in quanto questo cessa di essere preso come tale e al tempo stesso rivela che cosa voglia dire essere un organo: un organo è strumento solo per il tramite di ciò su cui si fonda ogni strumento, e cioè il fatto di essere un significante»[14]. Lacan specifica qual è l’errore del transessuale: «[…] voler forzare tramite la chirurgia il discorso sessuale, che, in quanto impossibile, è il passaggio del reale»[15].

Può essere, dunque, che una delle conseguenze del declino della funzione del Nome-del-Padre sia la generalizzazione di questo errore, ovvero di un rifiuto del significante fallico, ricondotto all’organo?

Nell’epoca attuale, epoca trans, quale può essere la logica della vita amorosa? Una psicoanalisi può contribuire a ristabilire le condizioni dell’amore?

Si tratta allora di cercare di ricondurre nuovamente al mito ciò che è del reale del corpo. L’operazione della psicoanalisi può allora essere quella di m-isterizzare il coito? Ri-velare nuovamente il fallo, perché questo non è il pene? Condizione perché vi sia il «mistero del corpo» [16].

Si tratta forse di fare sorgere nuovamente “il demone del pudore” di cui scrive Lacan facendo riferimento all’affresco della Villa dei Misteri? Sarebbe un tentativo di salvare il padre, ma non è mai stato auspicato da Lacan[17].

Lacan prende proprio come riferimento l’affresco di Villa dei Misteri, della donna ‘atterrita’ dinanzi al fallo, per dire che rispetto al sesso non c’è iniziazione possibile, ma esiste come unica possibilità il velo del senso, i sembianti come incessante svelamento[18]. Un velo sul sessuale che può essere ricamato attraverso un lavoro analitico.

Penso a un paziente angosciato dalla ‘voracità del femminile’ che non riesce ad avvicinarsi all’altro sesso, ma si tranquillizza pensando alle ‘poesie scritte sul corpo femminile’, se c’è la poesia – dice – allora ‘il seno non è più solo una mammella’ ma ‘diventa erotico perché è coperto, ha dei significati culturali bellissimi’ proprio perché ‘ci deve essere mistero’.

Lacan mette proprio in rapporto poesia e atto d’amore, per il tramite dell’oggetto a, dunque implicando una perdita di godimento: «è l’uomo – voglio dire colui che si ritrova maschio senza sapere che cosa farne, pur essendo un essere parlante – ad abbordare la donna, a poter credere di abbordarla […] Solo che ciò che egli abborda è la causa del suo desiderio, quella che ho designato come oggetto a. È questo l’atto d’amore. Come indica l’espressione, fare l’amore è poesia. Ma tra la poesia e l’atto c’è un mondo. L’atto d’amore è la perversione polimorfa del maschio – questo nell’essere parlante»[19].

Al contrario della psicoterapia che presuppone un sapere sul sesso, la psicoanalisi invece può elevare alla dignità di sintomi gli ostacoli al rapporto chiamando in causa il soggetto diviso. Lacan, infatti, dice: «Ciò che l’analista istituisce come esperienza analitica […] è l’isterizzazione del discorso […] si tratta dell’introduzione strutturale, attraverso delle condizioni di artificio del discorso dell’isterica»[20].

La psicoanalisi scommette sulla possibilità di operare, tramite la parola, in presenza, sul godimento che non fa rapporto. Le passe testimoniano del ‘mistero’ di questa operatività ricercandone la logica.

Se   ‘non c’è rapporto ’ c’è però un’interpretazione al di là del fallo, che punta al reale, lettera, sonorità che può fare evento di corpo.
Come dice Lacan «il sesso è un dire [che] non definisce un rapporto», per questo «abbiamo bisogno dell’equivoco» che «subito vira verso il sesso»[21].

[1] J.L. Borges, “La setta della fenice”, in Finzioni, Milano, Adelphi, 2014.

[2] J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. Les us du laps, insegnamento pronunciato al Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università Parigi VIII, lezione del 24 novembre 1999, inedito.

[3] J. Lacan, L’ombelico del sogno è un buco, “La Psicoanalisi”, 75, p. 16.

[4] «Elle est virée par là au compte du semblant» (J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. Les us du laps, insegnamento pronunciato al Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università Parigi VIII, lezione del 24 novembre 1999, inedito, [trad. nostra].

[5] J. Lacan, Le Séminaire, Livre XXII, R.S.I. [1974-1975], inedito, lezione dell’11 Marzo 1975, [trad. nostra].

[6] Id., Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 73

[7] Ivi, p.8.

[8] Ibidem.

[9] J. Lacan, L’ombelico del sogno è un buco, cit., pp. 13-14.

[10] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], cit., p. 68.

[11] Cfr., J.-A. Miller, I paradigmi del godimento, Roma, Astrolabio, 2001.

[12] J. Lacan, La significazione del fallo [1958], in Scritti, a cura di G. Contri, Torino, Einaudi, 1974, pp. 689-690.

[13] J.-A. Miller, Il padre evaporato, “La Psicoanalisi”, 73/74, pp. 34-38.

[14] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, … o peggio [1971-1972], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2020, p. 11.

[15] Ibidem.

[16] Id., Il Seminario, Libro XX, Ancora, cit., p. 125.

[17]J.A. Miller, Sortir de l’âge du père del 20-04-2013, https://www.youtube.com/watch?v=0S020Zoy9XQ

[18] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXI, Les non-dupes errent, cit., lezione dell’8 gennaio 1974, inedito.

[19] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973] cit., p.68.

[20] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi [1969-1970], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2001, p.32.

[21] «Nous avons besoin de l’équivoque – c’est la définition de l’analyse – parce que – comme le mot l’implique – l’équivoque est tout de suite versant vers le sexe. Le sexe – je vous l’ai dit – c’est un dire. Ça vaut ce que ça vaut, le sexe ne définit pas un rapport» (J. Lacan, Le Séminaire. Livre XXV. Le moment de conclure [1977-1978], inedito, lezione del 15 novembre 1977).

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