Scrivere tra le lingue: il cartello e la traduzione come laboratorio del non-rapporto
Eva Bocchiola – membro SLPcf e AMP
Scrivere tra le lingue significa fare esperienza diretta di un impossibile. È ciò che mi è accaduto durante la stesura del nuovo Scilicet per il XV Congresso dell’AMP, sul tema Non c’è rapporto sessuale, quando ho partecipato a un cartello multilingue. Non era un cartello come gli altri: la sua configurazione particolare, pur rispettando la logica indicata da Lacan nell’Atto di fondazione, ne amplificava gli effetti. Qui, il lavoro nasceva non solo dalla differenza tra soggetti, ma anche dallo scarto tra le lingue.
Nel nostro cartello francese-inglese, il Più-uno, francese, non comprendeva né l’italiano né lo spagnolo, lingue madri di due dei partecipanti. Così il lavoro si svolgeva principalmente in francese, ma non sempre bastava: a volte era necessario passare all’inglese. Ed è lì che per me si è prodotta una impasse. Pur avendo vissuto e lavorato a lungo in paesi anglofoni, non avevo mai parlato di psicoanalisi in inglese. Capivo le discussioni, mi erano chiari gli interventi, ma quando provavo a esprimere le mie riflessioni in cartello, le parole si inceppavano: mi mancava il registro giusto. È stato un momento d’angoscia che mi ha ricordato come la lingua non sia mai un semplice strumento, ma un corpo che resiste e impone limiti.
Il Più-uno ha avuto un ruolo decisivo: ha sostenuto il cartello in questa condizione di scarto tra ben quattro lingue, trasformando una difficoltà, quasi un’impossibilità, in una tensione creativa, capace di mantenere vivo il desiderio di ciascuno. Lavorare tra lingue diverse significa toccare con mano l’impossibile della traduzione: ogni concetto porta con sé un resto che sfugge, e ciò che si perde diventa parte integrante del lavoro.
Accanto a questa esperienza, mi è stato chiesto, successivamente, di tradurre dall’inglese all’italiano alcuni testi prodotti in altri cartelli, per lo stesso volume Scilicet. Non era la prima volta: avevo già tradotto testi psicoanalitici dall’inglese nella mia lingua madre. Ma questa volta non si trattava solo di tradurre un testo qualsiasi, bensì un testo nato da un cartello multilingue, già segnato dallo scarto e dalle differenze linguistiche tra i partecipanti. Nel contesto di Scilicet, la traduzione assumeva quindi un rilievo particolare. Non si trattava solo di trasporre concetti da una lingua all’altra, ma di inserirli in un campo già marcato da differenze linguistiche, dove la «perdita in traduzione», lost in translation – come osserva Jacques-Alain Miller[1] – non è un incidente, ma una condizione strutturale del lavoro.
Se Miller sottolinea la perdita come condizione strutturale, Antonio Di Ciaccia[2] insiste invece sul fatto che la traduzione, in psicoanalisi, è sempre anche un atto interpretativo. Tradurre, in questo campo, non è mai neutro: comporta misurarsi non solo con lo stile e i concetti, ma anche con i limiti stessi della lingua che accoglie il testo. Ogni lingua, nel momento in cui traduce, lascia intravedere la propria “povertà”, i suoi inciampi e le sue mancanze. È proprio questo che fa della traduzione un laboratorio del non-tutto, dove ciò che non si lascia dire resta vivo e in tensione. Così, traduzione e cartello condividono una stessa dinamica: entrambi sono laboratori del limite, dove il residuo, l’intraducibile, diventa elemento attivo del lavoro.
Nel mio caso, tradurre dall’inglese all’italiano ha significato confrontarmi con questo resto, con ciò che eccedeva il senso e rivelava il legame della lingua con il reale. Il significante non si riduce mai completamente al significato, e parte del senso sfugge inevitabilmente. Così l’atto del tradurre diventa così creativo, richiedendo attenzione, scelta e rispetto per il testo originario, ma anche la capacità di accogliere ciò che si perde e ciò che resta intraducibile. In questo senso, la traduzione non è solo trasposizione, ma un lavoro che mette in gioco la struttura stessa del linguaggio.
Proprio qui, ho trovato un’eco dell’aforisma lacaniano che orientava il nostro lavoro nel cartello Scilicet: «Solo l’amore permette al godimento di accondiscendere al desiderio»[3]. L’amore consente al godimento, altrimenti autoerotico e refrattario alla regolazione simbolica, di aprirsi al desiderio dell’Altro. Allo stesso modo, la traduzione può essere intesa come un atto di cura verso il testo: permette al godimento insito nella lingua d’origine di accondiscendere al «desiderio» di un’altra lingua. Ogni traduzione comporta una perdita, ma apre anche la possibilità di un nuovo incontro, di un nuovo legame.
Il cartello, nella sua forma multilingue, e il lavoro di traduzione dall’inglese all’italiano si sono rivelati due facce della stessa esperienza: entrambe hanno mostrato che non si tratta di colmare una mancanza, ma di lavorare a partire da essa. Se non c’è rapporto sessuale, vi è tuttavia un rapporto di parola che, pur senza coincidenza perfetta, mette la mancanza al lavoro. È da questo paradosso che è nato questo mio contributo a Scilicet.
[1] J.-A. Miller, 1,2,3,4, “La Psicoanalisi”, 75, p. 119.
[2] A. Di Ciaccia, Lacan e il problema della traduzione, “La Psicoanalisi”, 75, p. 31.
[3]J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia [1962-1963], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, p.193.
La traduzione e il “non c’è rapporto sessuale”
Mary Nicotra – membro SLPcf e AMP
Quale nesso tra la traduzione, la funzione del traduttore, la psicoanalisi lacaniana, la funzione dell’analista e l’enunciato “non c’è rapporto sessuale”?
Per ciò che concerne la traduzione e la funzione del traduttore Walter Benjamin sostiene che la traduzione non ha come scopo primario la trasmissione di un messaggio, ma il compito di rivelare l’affinità tra le lingue, lasciando emergere ciò che è irriducibile. Il compito del traduttore è dunque trovare nella lingua di arrivo «l’intenzione in grado di risvegliare in essa l’eco dell’originale»[1]. Ogni traduzione porta con sé un resto non traducibile, che costituisce la testimonianza della singolarità dell’originale. Jacques Derrida in un suo testo del 1985, Des tours de babel[2], radicalizza questa idea parlando di una torre delle lingue che non può mai essere ricomposta. La traduzione è sempre un esercizio di differimento, un movimento che apre al senso senza mai chiuderlo. Anche Antoine Berman in L’epreuve de l’etranger [3] concepisce la traduzione come un atto di ospitalità linguistica, in cui il traduttore deve accogliere l’alterità del testo straniero senza ridurla all’identico.
Con Lacan, abbiamo imparato, a partire dalla sua formulazione dell’inconscio strutturato come un linguaggio che non si tratta di misurarsi con la lingua nella sua dimensione di trasparenza comunicativa, bensì di porre l’attenzione ai suoi scarti, ai suoi equivoci, a ciò che sfugge al controllo del senso. L’analista misura la propria posizione anche – ma non solo – nel poter sostare in quella funzione che è fondata sull’attenzione al significante piuttosto che al senso ma soprattutto sul riconoscimento e assunzione di un resto irriducibile.
L’analista è attento all’equivoco, all’interruzione, all’ambiguità semantica delle parole.
L’atmosfera di un’analisi, come scrive Dolores Amden, nel suo testo che ho tradotto per Scilicet, è marcata da «un’opacità che è sempre nella parola analizzante»[4].
Nella lettura del testo che si deve tradurre si incontra un’opacità che si produce nel tentativo di tradurre in modo opportuno con le parole che meglio risuonano tra le due lingue in gioco.
In entrambi i casi, il lavoro si misura con un resto: ciò che non si lascia dire del tutto nell’analisi, ciò che non si lascia tradurre del tutto nel passaggio tra lingue.
Per certi versi per un traduttore non si tratta di una trasmissione puramente semantica, ma di produrre un atto attraverso il quale il testo di reinscrive in un’altra lingua, mantenendo attiva la sua vibrazione significante.
Dunque, per un’equipe di traduzione di testi per Scilicet, cosa si produce?
Si lavora in un collettivo di Scuola, e poi ciascuno è chiamato, in solitudine, a tradurre dei testi, in una solitudine che può sempre però contare su una revisione. Un po’ come l’analista che può verificare la sua posizione in una cura in un controllo, allo stesso modo un traduttore può contare sulla revisione del testo tradotto da parte di chi coordina.
Nell’atto del tradurre, in quella solitudine, nell’incontro con il testo straniero si sperimenta qualche eco del “non c’è rapporto sessuale”.
Almeno per me si produce così. Nella prima lettura dei testi nella lingua madre, sembra tutto chiaro, scorre, le parole risuonano nella lingua originale, poi però c’è un secondo passaggio, quello del tradurre e dunque quello di provare a rendere vibrante nelle sue corde il testo.
Lì si ha a che fare non il non-tutto che non scorre, qualcosa si inceppa, ci sono delle parole che si capiscono, che vibrano ma che non si riescono a tradurre nella propria lingua, restano intrappolate nella testa, altre si hanno sulla punta della lingua ma non sorgono…
E dunque quando qualcosa inciampa, in quella frustrazione disarmonica, non si tratta di ripiegare alla traduzione letterale, ma di aspettare che sorga qualcosa di quella lettera, per come la intende Lacan, in Istanza della lettera[5]. Che qualcosa di quella lettera passi, si trasmetta nella sua vibrazione e originalità, accettandone la sua opacità poiché effettivamente si tratta di rendere conto di un impossibile. Ecco perché l’intelligenza artificiale non potrà sostituirsi del tutto al parlessere.
Concludo con una frase di uno dei testi che ho tradotto di Daniela Teggi dal titolo Bisogna tenere la corda.
«La condizione di parlessere introduce la disarmonia che abbiamo di fronte al trauma della lingua, scava un buco e colpisce il corpo, lo mortifica lasciando schegge di un godimento senza senso»[6].
[1]W. Benjamin, Il compito del traduttore, a cura di Maria Teresa Costa, Milano-Udine, Mimesis, 2023.
[2]J. Derrida, Des tours de babel, “Aut Aut”, 189-190.
[3]A. Bergam, L’Epreuve de l’étranger. Culture et traduction dans l’Allemagne romantique, Paris, Gallimard, 1984.
[4] D. Amden, Opacità in aa.vv., Scilicet. Non c’è rapporto sessuale, Rimini, Panozzo Editore, 2025, p. 213.
[5]J. Lacan, L’Istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud, in Scritti, a cura di G. Contri, Torino, Einaudi, 1974, p. 490.
[6] D. Teggi, Bisogna tenere la corda, in aa.vv., Scilicet. Non c’è rapporto sessuale, cit., p. 145.
La traduzione: con lalingua nel corpo, verso un amore “più degno”
Laura Pacati – membro SLPcf e AMP
Colgo l’occasione di questo invito a Milano, in apertura dei lavori in corso nella SLP e in vista del prossimo congresso AMP, per ripercorrere alcuni passi del mio percorso rispetto alla traduzione. Proverò a farlo tornando su alcuni punti che, lo spero, possano aiutarmi a stringere meglio, forse ancora un po’, ciò di cui si tratta oggi per me nella traduzione.
Psicoanalisi
Nel Seminario XIX, …o peggio, Jacques Lacan indica: «La psicoanalisi che cos’è? È il reperimento di ciò che di oscurato si comprende, di ciò che si oscura nella comprensione, a causa di un significante che ha marchiato un punto del corpo»[1].
Jacques-Alain Miller, in Pezzi staccati, dopo aver definito il discorso analitico come «specialista per far sputare l’S1» del soggetto, suggerisce la possibilità di una torsione nel caso si volesse far luce sul significante padrone che è fatto per governare il mundodo – così lo chiama – della psicoanalisi. Miller definisce il significante padrone “osso”, “lisca di pesce”, “il pezzo che tiene la macchina”, “il perno essenziale”, il “perno dell’insieme”. E scrive: «Riuscite a considerarlo senza presupposti? È impossibile, salvo appoggiarsi su un Altro. Qui riscopriamo la necessità di Joyce, per permettere alla psicoanalisi di considerare il suo S1, per permetterle di avere una prospettiva su quello a partire da cui essa opera»[2].
Il corpo e la sua relazione con il godimento. Lalingua e sinthomo
Per Lacan, l’Altro del linguaggio ha corpo, ma non esiste. Quel che conferisce esistenza al corpo umano è il godimento, è la relazione dell’essere parlante con il suo corpo – parlessere lo chiama Lacan. Questo corpo è sede di lalingua ed è soltanto attraverso questa che il linguaggio esiste per far parlare un corpo che gode. Attraverso il sintomo, lalingua – ossia ciò che della lingua si deposita nel corpo come gocce di godimento per ciascun essere umano – fa del corpo un corpo parlante. Dunque, il corpo come organismo è sede di lalingua.
Nel suo bel libro del 2016, El misterio del cuerpo hablante, Araceli Fuentes a proposito di lalingua scrive: «è sempre privata e affetta ciascun soggetto in maniera differente. […] Non è legata al senso ma al modo di dirla, al ritmo con cui si parla, alla maniera di parlare dei primi Altri con cui sta il bambino, allo stile nel dire le frasi, perfino alla maniera di respirare, a tutto quello che accade in ciò che il bambino sente coinvolgendo il corpo. […] Sempre singolare, lalingua arriva al soggetto attraverso l’Altro, porta le tracce dei godimenti di questo Altro. Per questo è oscena e marca il soggetto con segni goduti enigmatici e impossibili da programmare»[3].
Nel film appena uscito nelle sale di Julia Ducournau, Alpha, una tredicenne figlia unica di una madre single, rientra da una festa con un misterioso tatuaggio sul braccio – una lettera A, l’iniziale del suo nome – che le è stato fatto a sua insaputa, mentre era priva di sensi, da un coetaneo che gliel’ha inciso sulla pelle con un ago dalla provenienza incerta. La scoperta dell’insospettata incisione sprofonda nel terrore lei e la madre, giacché da un tempo imprecisato un misterioso virus trasforma gli uomini in pietra, soffocandoli prima di ridurli in polvere. La sindrome sconosciuta è oggetto delle ricerche della madre di Alpha, medico in una clinica che accoglie e assiste i malati terminali. A ingarbugliare ulteriormente il ménage domestico e l’atmosfera più che ansiogena è Amin – ancora una A! –, lo zio di Alpha, tossico impenitente e redivivo che la sorella prova mille e più volte a sottrarre alla morte. Nel frattempo, fuori imperversa un vento rosso e il mondo viene dipinto come sopraffatto dallo smarrimento.
Lo sguardo della regia è frontale, quasi plastico – alcune riprese evocano le combustioni e i cretti di Burri – e ci ritroviamo immersi in un corpo che viene ritratto come concreto e carnale – una tessitura del palmo della mano, una goccia di sangue, un braccio solcato dai buchi delle iniezioni – ma al tempo stesso fantasmatico – una incomprensibile e strana malattia tramuta le persone che ne sono affette in sculture di marmo. Il contagio passa dal sangue e ci fa precipitare in un’atmosfera degli anni Ottanta sull’orlo della catastrofe: la droga, l’AIDS, la trasmissione – in primo luogo quella dei traumi –, tratteggiano una stagione segnata dall’ignoranza, la paura, l’omofobia, la spinta all’ostracismo.
Alpha si può dire forse il racconto di una trasformazione, quella del corpo adolescenziale, che incontra l’alterazione/alterificazione e non sa cosa farsene, e quella del corpo mortale, con cui occorre apprendere a saperci-fare, per contrastare la dipendenza e provare ad abitare un’età irrespirabile in cui quasi nulla resta da custodire.
La narrazione si dipana seguendo due vettori: Alpha a cinque anni e Alpha a tredici anni. Le due temporalità finiscono per intrecciarsi, alternarsi e qualche volta convergere nella stessa sequenza, restituendoci la lettura che Alpha fa del mondo che la circonda, ma anche la maniera in cui gli eventi sedimentano col tempo nella sua memoria, quasi fossero una successione di sogni che si infilano l’uno sull’altro, come perle di una collana.
Il sinthomo come lettera porta la traccia di lalingua nel corpo, traccia che, come un ombelico, collega il corpo parlante all’Altro del linguaggio. Questo ombelico – nome del reale dell’inconscio in Freud – rimane un mistero, mistero del corpo parlante, che una psicoanalisi può consentire, forse non soltanto di cogliere, ma anche di saperci-fare, prendendolo alla lettera.
Verso un amore più degno
Nella Nota italiana, del 1973, Lacan propone il nodo tra simbolico e reale, tenuti insieme dall’immaginario, come una via per «arrivare a fare a meno di quell’increscioso rapporto [sessuale] per rendere l’amore qualcosa di più degno del proliferare di chiacchiere in cui oggi consiste”, e fa poi riferimento al «santo Tommaso» che, con il suo sicut palea, offrirebbe una pista a chi intende «innestare» la propria posizione di analista «su qualcosa di diverso da un οργανον abbozzato»[4].
Ecco, forse questo amore più degno – e così ritorno al mio interrogativo di partenza – può dire qualcosa, certo non tutto, anche del mio rapporto con la traduzione, perché una volta fatto il giro e forse raffinato un po’ il buco dell’Altro – limite interno del simbolico – quella che viene a disporsi è un’altra beanza, quella che separa il Simbolico dal Reale, un reale che presentifica l’al di là di ciò che può essere raggiunto dalla parola, che sempre sfugge alle maglie del discorso, e che in materia di sesso non può che essere rappresentato dal corpo: opacità del reale del corpo, femminile.
[1]J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, …o peggio [1971-1972], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2020, p. 147.
[2]J.-A. Miller, Pezzi staccati. Introduzione al Seminario XXIII, Il sinthomo, a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Astrolabio, 2006, p. 110.
[3]A. Fuentes, El misterio del cuerpo hablante, Barcelona, Gedisa Editorial, 2016, p. 137 [trad. nostra].
[4]J. Lacan, Nota italiana [1973] in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 307.
Quasi … un dire
Adele Succetti – A.M.E. membro SLP, AMP
Tutto ciò che è scritto parte dal fatto che sarà sempre impossibile
scrivere come tale il rapporto sessuale[1].
Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora.
Dopo aver tradotto e rivisto le traduzioni delle colleghe e dei colleghi che hanno lavorato con me all’edizione italiana del testo Scilicet Non c’è rapporto sessuale, risulta evidente che il lavoro di traduzione è dell’ordine dell’impossibile.
Non c’è la traduzione perfetta in grado di rendere in toto un testo, ma ci sono diverse traduzioni, ognuna prodotta nel tentativo di avvicinarsi, di stringere al meglio il reale che ogni testo porta con sé. Ma è proprio perché non c’è che, come Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, siamo ancora qui a tradurre e a tentare di far passare tra le lingue quello che gli analisti della Scuola di Jacques Lacan e di Jacques-Alain Miller “fanno sapere”, per parafrasare il senso che Lacan dà al titolo Scilicet, ovvero: tu puoi sapere… cosa pensa la Scuola.
Umberto Eco, nel suo ormai classico testo sulle “esperienze di traduzione”, sceglie un titolo che dice molto dell’impossibile della traduzione: Dire quasi la stessa cosa. In effetti, da un lato non è mai la stessa cosa, è quasi, perché ogni testo reinterpreta la lingua comune includendovi qualcosa della lalingua di un parlessere singolare, sempre intraducibile, e dall’altro, pur trattando delle esperienze di traduzione (e non dell’interpretariato, che in genere è orale), Eco utilizza il verbo “dire”. In effetti, al cuore di ogni testo scritto – anche breve, come i 107 testi scritti dai nostri colleghi dell’AMP, oltre ai tre testi di Christiane Alberti, di Jacques-Alain Miller e di Ricardo Seldes che presentano il tema del prossimo Congresso – sta un dire, singolare, che prende forma attraverso la lingua comune, che la attraversa in modo singolare e che precipita nel testo scritto, lettera dell’autore, che, come dice Lacan, è «una traccia in cui si legge un effetto di linguaggio»[2]. Ovviamente, nel caso di Scilicet, oltre alle cinque lingue comuni (francese, spagnolo, portoghese, inglese ed italiano), c’è il linguaggio comune dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi che, proprio in quanto c’è, ci ha aiutato molto nel nostro lavoro di traduzione.
Ciò non toglie che l’obiettivo, o l’ambizione di chi traduce è la stessa che Lacan ha indicato molto bene ne L’istanza della lettera, ovvero sforzarsi di «lasciare alla parola che proferisce la sua significanza sovrana»[3]. Un compito praticamente impossibile, dal momento che, ci dice Jacques-Alain Miller, ogni lingua resiste a proprio modo alla psicoanalisi. Ogni lingua, infatti, copre a suo modo, con i suoi stilemi, il buco nel reale, ogni lingua fa «girare il disco, quel disco che gira perché non c’è rapporto sessuale»[4]. Potremmo dire che non c’è rapporto tra una lingua e un’altra perché c’è l’inconscio reale, l’Uno di godimento, il godimento opaco che non permette nessuna “amicizia”, cioè nessun rapporto, come indica Lacan nella sua Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI. Il godimento, come potrete leggere nel bel testo di Jacques-Alain Miller, in quanto sempre sostitutivo è ciò che non conviene agli esseri parlanti – esso fa di ciascuno di noi un Uno-tutto-solo, che «quando lo si lascia solo, sublima tutto il tempo a più non posso»[5], non appena apre bocca. Sublima o inventa, si crea supplenze, per far fronte al «destino fatale» del non-rapporto sessuale. Questo perché non c’è un sapere che si possa scrivere a livello del sesso.
Per entrare più nello specifico in quello che è il compito della traduzione, innanzitutto possiamo notare che la temporalità della traduzione è sempre dopo, dopo la lettura o meglio dopo varie letture, a partire dal testo che, come avviene nell’esperienza d’analisi, produce riletture, traduzioni, interpretazioni e spostamenti. Questo è il vero lavoro di traduzione; il prodotto tradotto, invece, in quanto prodotto “finale” è sempre un fallimento, una scelta più o meno forzata che, però, ha effetti importanti in quanto limita, determina quella che sarà poi la lettura successiva. È inevitabile: qualcosa della vitalità e delle potenzialità della lingua d’origine si perde, non c’è più. Per non parlare del singolare dello stile, intraducibile. Come ha indicato Lacan nella sua Dichiarazione a France Culture, nel 1973, la traduzione «è sempre una riduzione e c’è sempre una perdita nella traduzione; […] questa perdita è la realtà stessa dell’inconscio, la realtà tout court. La realtà per l’essere parlante è che si perde […] nel rapporto sessuale»[6]. Per questo, è utile accostare alla lettura del testo tradotto, anche l’originale, da cui lasciarsi interrogare, da cui lasciarsi deviare, e a cui a(c)con-sentire… affinché buchi la traduzione stessa.
Antonio Prete, traduttore di Baudelaire e docente al Collège de France, sostiene che «c’è, in questa alchimia (che è la traduzione), qualcosa che somiglia all’esperienza d’amore, o almeno alla sua tensione»[7] che, può aspirare, in ogni caso, solo all’imperfezione; egli mette in valore anche il luogo in cui si produce il lavoro di traduzione, sempre «all’ombra dell’altra lingua», sul confine, tra le lingue… Altri specialisti della traduzione poetica suggeriscono che tutte le traduzioni “«sono in sé sperimentali»[8], benché spesso partano da una certa «congenialità» tra autore e traduttore. Noi potremmo dire che, se esistesse (la traduzione perfetta), sarebbe “intersinthomatica”, nel senso che questo, secondo Lacan, è l’unico rapporto possibile tra l’Uno-tutto-solo e il suo Altro. Questo però accade solo in letteratura, quando la traduzione e il suo originale riescono a restare vivi e riecheggianti al di là dei tempi, ognuno con il proprio stile.
Nel nostro caso, ovviamente, possiamo solo ambire al fallimento, alla traduzione con falla, che dice, ancora una volta, che non c’è rapporto sessuale.
[1]J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 33, l’esergo del testo fa riferimento all’aforisma n. XII del volume Scilicet.
[2]Ivi, p. 116.
[3]Id., L’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud [1957], in Scritti, a cura di G. Contri, Torino, Einaudi, p. 523.
[4]Id., Il Seminario. Libro XX, Ancora, cit., p. 33.
[5]Ivi, 116.
[6]J. Lacan, Déclaration à France-Culture à propos du 28e Congrès International de Psychanalyse, “Le coq-héron”, 46/47, pp. 3-8.
[7]A. Prete, All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione, Torino, Bollati Boringhieri, 2011, p. 11.
[8]AA.VV., Congenialità e traduzione, a cura di P. Carbone, Milano, Associazione Culturale Mimesis,1998, p. 13.


