Godere per non sapere
Antonella Terracciano – membro SLPcf e AMP
Si può forse fare l’ipotesi che l’eccesso nelle sue varie forme, e che qui tratto come l’abuso di sostanze stupefacenti e il consumo di relazioni sessuali, possa essere il tentativo del soggetto contemporaneo di rispondere alla radicale condizione dell’essere parlante di fronte al “non c’è rapporto sessuale”.
Viviamo in un’epoca caratterizzata da una spinta al godimento senza limite e la tossicomania che ne è l’effetto più emblematico vuole togliere la divisione del soggetto. «Il Super-io freudiano produceva cose come il divieto, il dovere, persino la colpa, tutti termini che fanno esistere l’Altro; sono le parvenze dell’Altro, presuppongono l’Altro. Il Super-io lacaniano, quello che Lacan ha identificato in Ancora, produce un imperativo completamente diverso: Godere. Questo Super-io è il Super-io della nostra civiltà»[1].
Il consumo di sostanze distacca il soggetto dall’Altro, la parola non ha più tenuta, la dimensione simbolica non è più in esercizio.
Si è di fronte al fatto che la dimensione del desiderio è bypassata. La droga si pone come soluzione illusoria al non c’è rapporto sessuale. La castrazione, tanto evitata, ritorna necessariamente nel reale del corpo.
Nella pratica istituzionale nella quale conduco cicli di 20 colloqui gratuiti con adolescenti e giovani mi capita di incontrarne alle prese con una deriva pulsionale importante dove, nel passaggio da un partner all’altro, il primo approccio non è di parola bensì sessuale, e spesso associato ad abuso di sostanze stupefacenti. Alcuni di questi soggetti dicono di cercare l’amore, ma l’avvio di ogni relazione é piuttosto sul godimento; cercare l’amore ma riducendosi a oggetto di godimento dell’Altro per poi dire che non si è amati. Si sostengono su un partner immaginario.
Si tratta di casi in cui l’Altro familiare è inconsistente.
Non correre il rischio di un incontro con l’Altro dell’amore
Nel consumo di sostanze stupefacenti, di rapporti sessuali avulsi dal simbolico non si pone il rischio di diventare l’oggetto d’amore dell’Altro. Il consumo di sostanze può essere concepito da questi soggetti come il tentativo di agganciarsi all’Altro sociale contemporaneo, col quale condividere l’oggetto droga, per disinibirsi, divertirsi, facilitare le relazioni. Rimanendo tuttavia sull’asse speculare immaginario a-a’ vanno incontro a uno scacco che mostra la solitudine radicale in cui in fine si ritrovano.
A metà di un ciclo di colloqui una ragazza riuscì a dirmi: «Mi attacco alle cose che non mi fanno bene», poi sceglierà nuovamente il godimento in eccesso. Non prima di aver detto, tuttavia, che questo ciclo «era una cosa grande per me, non sono abituata a fare cose importanti per me».
Credo che per soggetti come lei prendere la droga è non prendere la parola. In questi cicli si può presentare il tentativo di annodare la parola con l’affetto, ciò che invece è dissociato in queste forme cliniche nelle quali ogni volta che si punta a un nuovo partner c’è un’idealizzazione sganciata dal simbolico, a favore di un godimento immaginario, ciò che penso che abbia riproposto con me un’altra giovane, a partire da quel sorriso étrange[2]col quale si è presentata, salvo che quando c’è stata la possibilità di un incontro nel transfert lei ha mollato. Scrive Miller «La clinica è il partner […] Nell’analisi la clinica è il partner come impossibile da sopportare»[3].
In questa collezione di rapporti caratterizzati dal consumo non c’è mai un incontro, non c’è “contingenza”, ma ripetizione dell’identico. Scrive Jacques Lacan a proposito dell’amore come unica possibilità di incontro tra un uomo e una donna: «La contingenza l’ho incarnata nel cessa di non scriversi. Perché qui non c’è nient’altro che incontro, l’incontro nel partner dei sintomi, degli affetti, di tutto ciò che in ciascuno indica la traccia del suo esilio, non come soggetto ma come parlante, del suo esilio dal rapporto sessuale»[4].
Questo “nient’altro che incontro” implica una perdita d’oggetto, il cedimento da parte del soggetto di una quota del suo godimento all’Altro.
Questo non avviene in questi soggetti in cui l’equivalenza sesso-sostanza li pone in una dimensione autoerotica. Si tratta di soluzioni che fanno a meno dell’Altro. «Soluzioni che diventano modalità di godimento stabili e ripetitive […] Questo reale si presenta non nella forma di un godimento parziale, sempre in perdita, quanto nella forma di un troppo pieno, di un godimento massivo che eclissa il soggetto che lo sperimenta. È una modalità di godimento che mantiene una vicinanza con das Ding, con l’oggetto mitico del primo soddisfacimento, e che s’incarna in pratiche e trattamenti del corpo che rievocano in modo ripetuto e irresistibile l’emergenza di un’esperienza di godimento senza limite»[5].
La domanda che sorge è: “Come si sostiene S1 nell’epoca dell’Altro che non esiste?” È la domanda che Eric Laurent e Jacques Alain Miller si sono posti nell’ambito del Seminario L’Altro che non esiste e i suoi comitati d’etica: «Dobbiamo quindi renderci conto che la questione è importante, poiché è il significante che è, diciamo, responsabile dell’inserimento del soggetto nel discorso dell’Altro, il significante dell’identificazione, è ciò che inserisce il soggetto negli ingranaggi del discorso dell’Altro, e non appena, ad esempio, non è all’altezza del compito, la questione è la debolezza che ne consegue per il soggetto, che si ritrova a fluttuare in relazione a questo discorso dell’Altro»[6]. Questi giovani che incontro nella clinica dell’eccesso fluttuano in questo discorso dell’Altro contemporaneo sotto l’imperativo del Godi!
Nel tentativo di agganciarli un poco all’Altro del simbolico c’è una possibilità di traccia? Cosa rimarrà, ad esempio, alla ragazza che è riuscita a riconoscere che fa il suo male prima di interrompere il ciclo?
[1] E. Laurent, J.-A. Miller, L’Autre qui n’existe pas et ses comités d’éthique, Séminaire 1, 20 novembre 1996, p. 8 della versione francese online, inedito, [trad. nostra].
[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 9.
[3] J.-A. Miller, La teoria del partner, “La Psicoanalisi”, 34, p. 30.
[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, [1972-1973], cit., p. 139.
[5] D. Cosenza, Clinica dell’eccesso. Derive pulsionali e soluzioni sintomatiche nella psicopatologia contemporanea, Milano, Franco Angeli, 2022, p. 41.
[6] E. Laurent, J.-A. Miller, L’Autre qui n’existe pas et ses comités d’éthique, Séminaire 2, 27 novembre 1996, p. 23 della versione in francese online, inedito, [trad. nostra].
“Non ho rapporto sessuale”: la scelta/non-scelta dei giovani oggi
Francesca Addari
Il non ho rapporto sessuale può configurarsi come una forma contemporanea di rifiuto del non c’è rapporto sessuale? Questa la domanda che orienta il seguente lavoro circa la nuova tendenza all’asessualità, termine adoperato da adolescenti e giovani adulti che scelgono di non avere rapporti sessuali.
Le ricerche in campo sociale e psicologico evidenziano un progressivo incremento dell’inattività sessuale dei giovani dai 18 ai 29 anni[1]-[2]: i rapporti sessuali sembrano non essere più ritenuti parte significativa della vita quotidiana fino a essere considerati una perdita di tempo. Tale tendenza è associata a una serie di fattori che generano difficoltà nei confronti del sessuale, da cui il possibile rifiuto: ne sono un esempio l’aumento dei rapporti virtuali e il difficile instaurarsi dell’intimità; l’esposizione dei corpi che rende meno velata e misteriosa l’esplorazione sessuale; la paura di essere rifiutati dall’altro e di perdere il controllo delle proprie sensazioni. Per altri, la riduzione/annullamento dei rapporti sessuali sarebbe invece frutto di una scelta dettata da un generale disinteresse e da un approccio prevalentemente intellettivo alla dimensione pulsionale (scarsa curiosità, indifferenza), oltre che da assenza di desiderio, attrazione e comportamenti sessuali[3]. Ma allora il non ho rapporto sessuale è un effetto della contemporaneità, una tra le definizioni identitarie moderne oppure è una posizione che ha a che fare con il soggetto e con il suo processo di sessuazione?
«Il soggetto in adolescenza è chiamato radicalmente in causa e messo in questione rispetto alla dimensione della scelta, della decisione»[4]: cosa si tratta di scegliere? L’adolescente avvia un processo di familiarizzazione con il sessuale per via fantasmatica, attraverso fantasie che abbozzano una possibile presa di posizione del soggetto rispetto al sessuale e all’incontro con l’Altro sesso. È il cosiddetto “tempo del velo”[5] (T1), tempo in cui si potrebbe dire che il rapporto sessuale c’è. Segue il tempo del “trauma” (T2), caratterizzato da una rottura di quell’idillio del rapporto esistente in cui l’adolescente sperimenta il disallineamento tra la propria pulsione e l’Altro, la non complementarità di tale incontro e dunque l’inesistenza del rapporto. È in questa oscillazione tra il c’è e il non c’è che si colloca il “tempo della decisione”[6] (T3): per il soggetto si tratta di scegliere tra la via del sintomo, orientata alla costruzione di un compromesso tra i due tempi e all’assunzione di una posizione sessuata, e quella del rifiuto, arroccata nell’illusione dell’esistenza del rapporto e di un godimento illimitato. Ai giorni d’oggi si potrebbe segnalare una terza via che lascia il soggetto senza imboccare alcuna strada, senza passare attraverso nessun tempo: né quello fantasmatico né quello dell’incontro con la castrazione. È la via contemporanea, aperta al sesso in ogni sua forma ma chiusa all’enigma, al velo e all’inconscio, e dunque avente come destinazioni l’indifferenza, l’apatia e il disincanto sessuale[7].
Come intendere allora l’a-sessualità alla luce dei tempi e delle possibili vie della sessuazione?
In prima ipotesi, potrebbe trattarsi di una posizione lungo la via nevrotica che predilige l’annullamento della sessualità (nelle sue varie forme: assenza di pratica, disinteresse, disinvestimento) come risposta sintomatica all’inesistenza del rapporto sessuale: il soggetto arriverebbe a incarnare, ad agire, a mettere in pratica il trauma del non-rapporto. L’a-sessualità si configurerebbe come una maschera messa sul non rapporto o addirittura come una nuova versione della verità dell’isterica: ella arriverebbe al punto di farsi mancare la dimensione sessuale come modo di sintomatizzare il non rapporto sessuale e valorizzare la castrazione stessa.
In seconda ipotesi, l’a-sessualità potrebbe rappresentare una sorta di opzione di struttura che fa del rifiuto una condizione tanto radicale quanto essenziale per il soggetto. Lungo questa via, la possibilità fantasmatica del rapporto sessuale non giunge neanche ad instaurarsi: il rifiuto della sessualità e con essa del corpo sessuato si presenta nel tempo della costruzione inconscia (T1), rendendo precario o addirittura impossibile ogni tentativo di fantasmatizzazione e arrestando a priori l’intero processo. Questa sorta di ‘non volerne sapere strutturale’, tuttavia, rende la scoperta dell’inesistenza del rapporto (T2) rovinosa e insostenibile in quanto non preparata da un lavoro inconscio preliminare. L’orientamento a-sessuale, letto entro questa cornice, connoterebbe pur sempre una soluzione ma sul versante di una certa fragilità soggettiva e di una completa esclusione dell’Altro[8]. Non distante potrebbe collocarsi una terza ipotesi, lungo la via della contemporaneità caratterizzata da uno svelamento immediato, totale e sempre più precoce della questione sessuale: ne sono un esempio l’eccesso della pornografia, l’accesso illimitato a contenuti sessuali di ogni genere e ad ogni età, la promozione di Internet a unico grande Altro e Soggetto Supposto Sapere universale sulla sessualità. Ne consegue un atteggiamento di apatia per la dimensione pulsionale e l’annullamento della necessità di una costruzione fantasmatica singolare[9]. In quest’ottica l’a-sessualità assomiglia ad una presa di coscienza del non rapporto sessuale, il cui effetto è il completo appiattimento del soggetto: tale presa di coscienza tuttavia non sarebbe l’esito di un movimento dialettico di costruzione e distruzione (fino all’opposizione radicale) intorno al discorso sessuale ma un dato di fatto, un punto di partenza che demotiva e disinnesca l’intero processo di sessuazione.
Che ne è in tutto ciò della pulsione? “Vediamo apparire in queste formule il ciascuno-per-sé pulsionale e l’orribile solitudine del godimento, messo in evidenza in particolare nella dimensione autistica del sintomo. C’è qualcosa del godimento che separa dal campo dell’Altro. È d’altronde il fondamento stesso di ogni cinismo”[10].
Alla psicoanalisi il ruolo di interrogarsi ancora sullo statuto dell’a-sessualità presa, come di consueto, una per una.
[1] Centers for Disease Control and Prevention’s Youth Risk Behavior Survey.
[2] C. Ingraham, The share of American not having sex has reached a record high, The Washington Post, 2019.
[3] «Senza che tali assenze siano riconducibili a dinamiche inibitorie, di avversione o a qualche disturbo e/o disfunzione». Da AVEN, Asexual Visibility and Education Network.
[4] D. Cosenza, Il cibo e l’inconscio, Milano, Franco Angeli, 2018, p.137.
[5] D. Cosenza, L’initiation à l’adolescence : entre mythe et structure, “Mental”, 23, p. 47.
[6] Ibidem.
[7] D. Cosenza, Il cibo e l’inconscio, cit., p.148.
[8] P. Feliciotti, Vite di confine. La psicoanalisi e le nuove patologie dell’adolescenza, Milano, Franco Angeli, 2005.
[9] D. Cosenza, Farsi un corpo in adolescenza oggi, conferenza all’Istituto Freudiano (sede di Roma) tenuta il 9/03/2019.
[10] J.A. Miller, La teoria del partner,“La Psicoanalisi”, 34, p.52.
Sintomatizzazione del non rapporto
Paolo Rocco Cipriano – Membro sotto condizione SLPcf
“C’è, non c’è” è la formula che apre l’incontro I Cartelli verso il Congresso, giornata preparatoria al XV Congresso della AMP dal titolo Non c’è rapporto sessuale. Se la relazione sessuale, come evidenzia Jacques-Alain Miller ne La teoria del partner[1], è un legame tra partner al livello del desiderio, l’iniziazione sessuale svela l’impossibilità di un rapporto al livello del godimento. Nonostante la castrazione che «obbliga a trovare il complemento di godimento necessario nell’Altro»[2] nella forma dell’oggetto perduto, l’incontro con la sessualità rivela lo statuto autoerotico del godimento, che – al netto della castrazione – isola e non fa legame.
Dunque, se in termini di relazione sia il soggetto sia il partner «non possono ridursi ad essere soggetti del bisogno, né oggetti dell’amore, ma devono occupare il posto di causa del desiderio»[3], l’infrangersi del risveglio dei sogni[4] segna l’impossibilità del ricongiungimento con l’oggetto perduto, alimentando in tal modo la domanda rivolta all’Altro: domanda «del dono di ciò che non ha, cioè quel che si chiama il suo amore»[5]. Così, come evidenzia Miller[6], nella nevrosi in luogo della causa del desiderio trova posto la prova d’amore.
Di cosa si tratta nella prova d’amore? Lo testimonia una giovane donna che chiamerò Aurora, proprio come la principessa del classico Disney La bella addormentata nel bosco[7]. Cresciuta con il nome di Rosaspina, ignara del suo lignaggio, la principessa Disney, dopo un fugace incontro con il principe Filippo, se ne innamora, inconsapevole che si tratti del suo promesso sposo. Vittima di un sortilegio, Rosaspina si pungerà un dito con il fuso di un arcolaio, cadendo in un sonno profondo in attesa che un bacio di vero amore, proprio per mano di quel principe casualmente incontrato nel bosco, la desti dalla sua sorte.
Anche Aurora si presenta come vittima di un sortilegio che la interroga. La sua sorte o, meglio, il suo fantasma non la intrappola, però, in un sonno lungo cento anni, ma la divide tra la sua attuale relazione amorosa e una spinta al passato, alla costante ricerca del suo principe Filippo, di un segno di interesse da parte dei suoi precedenti partner che possa supplire all’abbandono, al prezzo di aggravare il suo sintomo anoressico.
Gli uomini, per lei tutti degli “idioti”, non capiscono le donne. Dopo un primo fallimentare fidanzamento, si susseguono una lunga serie di relazioni. All’incontro con un nuovo ragazzo, corrisponde sempre il ravvivarsi della fiamma dell’interesse verso l’ex e con essa il rimpianto del partner perduto, con il quale sovente riprendeva a vedersi, rinnovando ciclicamente la delusione passata, così come la colpa di vivere contemporaneamente tra due fuochi, senza che nessuno riuscisse mai ad ardere a sufficienza.
Aurora vive allora nel miraggio di un amore rinnovato, attraverso una mascherata che rivela la natura insoddisfatta del suo desiderio. Così, in luogo dello scegliere – del fare del proprio partner la causa del proprio desiderio – per Aurora trova posto l’essere o il non essere scelta[8], l’essere o meno l’oggetto desiderato dal partner perduto. In questo modo alimenta il conflitto tra l’insoddisfazione e la prova d’amore. Come afferma Lacan:
a questo reale che non c’è rapporto sessuale [l’isterica] sostituisce un’altra formula […]: «Non c’è ancora rapporto sessuale». […] è questo il punto centrale, il punto del conflitto su cui l’isterica si sostiene: sta lì, tra i due, da una parte la seduzione, dall’altra l’amore militante[9].
Confrontata al trauma del non rapporto, l’isterica vive «sulla propria pelle»[10] il conflitto che la divide da un lato come oggetto di seduzione, posizione di cui è incapace di godere, e dall’altro la vede apostola di un amore militante, martire della mancanza dell’Altro. Allora, Aurora può farsi oggetto immaginario dell’interesse di nuovi amanti e allo stesso tempo restare insoddisfatta, andando a ricercare nel passato il segno di una presenza che sopravviva all’abbandono, la traccia che qualcos’altro oltre la soddisfazione fallica trattenga il partner[11], pagando finanche nel corpo – en corps[12] –, facendo del corpo il palcoscenico della sua scomparsa, dove inscenare la prova d’amore, ancora – encore.
[1] J.-A. Miller, La teoria del partner, “La Psicoanalisi”, 34.
[2] Ivi, p. 67.
[3] J. Lacan, La significazione del fallo [1958], in Scritti, a cura di G. B. Corti, Torino, Einaudi, 1974, p. 689.
[4] Cfr. J. Lacan, Prefazione a Risveglio di primavera [1974], in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 553.
[5] J. Lacan, La significazione del fallo [1958], in Scritti, cit., p. 688.
[6] J.-A. Miller, Extimité. Corso tenuto al Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Parigi VIII nell’anno accademico 1985-1986, inedito, lezione del 18 dicembre 1985.
[7] Il testo fa riferimento al film prodotto da Walt Disney nel 1959 La bella addormentata nel bosco, ispirato alla fiaba di Charles Perrault La bella nel bosco dormiente.
[8] Cfr. J.-A. Miller, Introduzione alla clinica lacaniana, Roma, Astrolabio, 2012, p. 124.
[9] L’intervento di Jacques Lacan sull’isteria alla Journé d’Etudes de l’Alliance Française del 24 giugno 1973 è pubblicato in: C. Melman, Annexe. Compte rendu d’ensemble. Journées d’étude sur l’hystérie à l’École freudienne de Paris [1973], in Nouvelles études sur l’hystérie, Toulouse, Érès, 2010, p. 335.
[10] Ibidem.
[11] Cfr. J.-A. Miller, La teoria del partner, “La Psicoanalisi”, 34, p. 65.
[12] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro xx, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 6.
L’intervento di Jacques Lacan sull’isteria del 1973 è contemporaneo al seminario Encore (1972-1973). Il titolo del seminario è omofono di en corps, in italiano “in corpo”.


