Federico Sacchi – Membro sotto condizione SLPcf
Ho a che fare ogni giorno con ragazzi e ragazze che, di chi vorrebbe educarli, sembrano infischiarsene. L’educazione, infatti, può funzionare solo a condizione che colui che si suppone da educare si identifichi con l’educatore.
E laddove il canale dell’identificazione non è attivo o non è attivabile? In questi casi la situazione è molto complessa. Chi non dispone di tale strumento non è nella possibilità di prelevare uno o più tratti da una o più persone per lui significative, con la conseguente impossibilità di farsi rappresentare da tali tratti significanti. Solitamente poi tali tratti vengono scelti poiché supposti incanalare qualcosa della pulsione, fornendo così una sorta di appiglio simbolico al soggetto.
Per lo psicotico e l’autistico grave questa via è poi ulteriormente compromessa in quanto proprio quei tratti significanti, carichi libidicamente, possono arrivare come insopportabili in virtù di tale carica, da cui si difendono.
L’educazione in senso classico è in questi casi quindi doppiamente impossibile: da un lato per la mancanza simbolica che ne costituisce il presupposto, dall’altro in virtù della crudezza con cui arriva ciò che la stessa educazione dovrebbe veicolare.
La psicoanalisi e l’insegnamento di Lacan però fornisce degli strumenti per intervenire anche là dove sembrerebbe che di speranze non ce ne siano. Si tratta però di sovvertire, nell’intervento, le modalità classiche dell’educazione e di sospendere, a livello fantasmatico, gli ideali che guiderebbero l’intenzione di educare.
Affinché, anche nei casi di autismo e psicosi grave, si possa osservare qualche effetto di “civilizzazione”, è necessario mettere in campo un assetto che tenga in considerazione e che si adatti alle necessità cliniche e di struttura di colui che soffre. È qui che si inserisce la pratica a diversi, inventata da Antonio Di Ciaccia.
L’ABC di questa pratica è tanto semplice quanto complessa da mettere in piedi: si tratta di farsi partner del lavoro che questi soggetti portano raccogliendo i loro gesti, scarti, stereotipie (come vengono chiamate) e cercando di «elevarli (aufheben) alla dignità di significante e di cercare di metterli in catena»[1]. Per farlo è però necessario, proprio in virtù della difesa che tali soggetti ergono nei confronti della pulsione intrinseca nella parola, che questa non cada direttamente sull’autistico o sullo psicotico, bensì che passi e scorra tra gli adulti.
L’intenzione, se così si può dire, è proprio quella di fornire al soggetto uno o più significanti, estrapolati dal loro lavoro, che gli permettano di reperirsi all’interno di una catena simbolica minima. A questo punto, e non sempre questo risultato è raggiungibile, qualcosa dell’identificazione può mettersi in moto, e quindi è possibile osservare effetti “educativi”.
[1] A. Di Ciaccia, Alcune riflessioni, inedito, 2025, p.3.


