Alice Pignotti – Logopedista, Psicologa, Allieva Istituto Freudiano
C’è un percorso comune a molti dei bambini di oggi, sempre più in difficoltà di fronte alle richieste che il sistema educativo e scolastico pone loro. È un percorso fatto di prese in carico e terapie differenti che proclamano molto spesso come obiettivo comune la risoluzione di sintomi che hanno a che fare con il linguaggio e con l’apprendimento delle forme scritte della lingua.
Le diagnosi si moltiplicano: dai disturbi del linguaggio, nella fascia dei più piccoli, che diventano poi disturbi dell’apprendimento nei bambini scolarizzati, con tutta una serie di specificazioni e comorbilità. Fin dalla scuola dell’infanzia educatori, maestri e professori si trovano di fronte a bambini che non riescono ad apprendere in maniera convenzionale e che, soprattutto, mostrano un disagio profondo davanti all’apprendimento del linguaggio, parlato e scritto. Anche i più accurati e inclusivi programmi educativi si dimenticano delle origini della lingua, delle lallazioni e dei vocalizzi che compaiono fin dai primissimi mesi di vita e che, seppur senza senso, il bambino ripete giocando. A differenza della struttura diacronica del linguaggio universale, composto necessariamente da un ordine indirizzato nel suo fine ultimo all’Altro, i primi balbettii hanno uno statuto diverso. All’inizio, il bambino si stupisce piacevolmente incontrando la sua voce e da lì a poco comincia a giocare con la lingua accostando le parole «senza badare al senso, pur di ottenere l’effetto piacevole dato dal ritmo o dalla rima. […] A poco a poco gli vien tolto questo divertimento, e alla fine non gli sono più consentite che le combinazioni verbali dotate di senso»[1], anticipava Freud notando come certi tipi di piacere venissero regolati con il passare del tempo dalla costrizione logica: ciò non può che tornare a ripetersi ciclicamente anche oggi.
Il linguaggio non diventa mai del tutto una torre di Babele, qualcosa resta fuori: per Jacques Lacan è il modo singolare dei corpi di lasciarsi catturare dai significanti. Il piacere dei primi suoni rudimentali, le prime nominazioni e l’impatto di queste sul corpo si uniscono a formare una lingua del tutto intima e particolare, in fondo vitale, fatta di segni, tracce, fonemi. Nella contemporaneità, sembra sempre più difficile ricondurre queste tracce all’interno di una catena di significanti e i sintomi rimangono fuori dal discorso e dal campo dell’Altro. La scuola e la società si trovano così ad affrontare nuove forme di sofferenza e di disagio, a volte del tutto mute, ma che toccano il corpo in maniera invadente; è così che qualcosa sfugge alle risposte educative basate sul fallocentrismo dell’universalità delle nominazioni e delle diagnosi.
Sui banchi e nelle terapie, affiorano nuove forme di sofferenza, che fanno resistenza alla mortificazione che le significazioni universali degli attuali sistemi educativi impongono. La sfida sempre più attuale per coloro che si occupano di educazione è allora quella di accogliere la resistenza che il bambino, senza le parole a volte ma con la sua voce, espone affinché gli venga permesso di mostrare il proprio discorso singolare, andando oltre il senso comune, riuscendo ad accogliere anche il particolare del fuori senso.
[1] S. Freud, Il motto di spirito [1905-1908], in Opere, Torino, Boringhieri, 1998, vol. 5, p. 112.


