A cura di Paolo Rocco Cipriano – Membro sotto condizione SLPcf
È necessario che papà detti la legge alla mamma
perché la bambina e il bambino siano ciò che devono essere.
Lacan prevedeva che questo programma non si sarebbe
mantenuto in piedi per molto tempo, ed è ciò a cui assistiamo oggi […].
Lo psicoanalista non ha vocazione a diventare guardiano del vecchio ordine,
il cavaliere di una causa persa. Non può credere neanche nel radioso avvenire:
la via del desiderio non è una festa. Così, lui interpreta.
Si deve scegliere, la scelta è forzata. Perché tornare indietro è impossibile.
Jacques-Alain Miller[1]
- Cosa vuol dire educare oggi?
Educare, con il progredire della cultura, è traghettato da oggetto di pertinenza della speculazione filosofica, alle scienze congetturali, al proliferare di approcci più o meno accademici, strutturati al discorso principale. Sigmund Freud, scoprendo la psicoanalisi, lo colloca nella nota terna degli impossibili: educare, governare, curare[2].
Il fatto oggi imperante – siamo tutti assoggettati dall’universale scientista a disturbi del neuro sviluppo – fa esplodere i servizi deputati alla diagnosi, i servizi sociali, le istituzioni educative…
L’effetto precipita sempre più al controllo sociale e ai più forvianti protocolli, per “addestrare”, adattare a una realtà che non ne vuole proprio parlare dell’impossibile, del reale.
Oggi più che mai si evoca il tema dell’educazione: dalla politica alle istituzioni sociali, scolastiche, si anelano corsi, dibattiti, azioni per sensibilizzare e per rispondere allo smarrimento sempre più dilagante di corpi scollegati da parole singolari, siano esse silenti, silenziate o gridate, gridanti. L’immersione nelle nuove tecnologie pervasive che avanzano dallo sviluppo scientifico sta incidendo e modificando il legame sociale; i legami coi propri simili sono corrosi, compromessi sempre più velocemente.
La realtà è sotto gli occhi di tutti. Educare oggi presuppone strutturalmente l’universale, anche se deformazioni derivanti dal mondo “psi” si sono sviluppate, generando a loro volta il fiorire di molteplici discipline, in cui compaiono nozioni di psicoanalisi, disancorate dalla loro peculiarità: la clinica. Ciò a cui assistiamo è che il rigenerarsi della segregazione stricto sensu non si placa.
- Cosa distingue la psicoanalisi dall’educazione?
La psicoanalisi si occupa dei sintomi, sintomi a volte insopportabili, enigmatici e ingestibili che ogni singola persona porta all’analista per affrontare un lavoro di soggettivazione. L’educazione
contribuisce alla formazione di questi sintomi? Sì, in quanto il corpo parlante, come Jacques-Alain Miller traduce il parlêtre, neologismo di Jacques Lacan, nasce bagnato nel linguaggio. Concedetemi, in questo periodo in cui l’Associazione Mondiale di Psicoanalisi è impegnata a portare al suo XV Congresso i lavori sull’aforisma di Lacan “non c’è rapporto sessuale” di fare l’eco a un solo passaggio di una straordinaria conferenza che Lacan pronuncia a Nizza nel 1974:
Il sintomo è l’iscrizione, a livello del reale, di questa proiezione di inconscio, di questa vera crivellatura – nel senso di proiettili che crivellano una superficie – di questa crivellatura, dico, del parlessere tramite il dire di due coniugi – Dio sa come, è proprio il caso di dirlo – di due soggetti che se la ridono della divisione profonda tra il corpo e la natura del linguaggio[3].
Possiamo d’altro canto sostenere che la psicoanalisi non ha nulla a che fare con l’educazione: coloro che riceviamo non sono essi stessi affetti dal “fenomeno” sociale del dirsi “Io sono …” perfino passivamente tronfi delle più suggestive identificazioni immaginarie e fantasiose? Vanno in cerca di chimere, trasportati dalle ultime tendenze dell’epoca, parlati, catapultati dalla potenza dei media. Ricevendoli, abitati da un singolare desiderio dell’analista, dalla posizione di oggetto li si sostiene a soggetti parlanti, non a individui parlati.
In questa esperienza sotto transfert – che differisce radicalmente dall’educazione – si assume la responsabilità che causa il soggetto, in cui il reale, l’impossibile di cui sopra si è citato, il reale scotomizzato dal dibattito sociale, dalle parole, possa essere preso in conto, trattato. Da che posto si parla? Cosa causa il corpo parlante? Questioni da tenere al lavoro.
- Oggi si parla di educazione sessuo-affettiva nelle scuole: cosa può dire di questo la psicoanalisi?
Posso dare una punteggiatura a conclusione di questa rapida intervista? Concludo per rilanciare il dibattito, con una battuta, che si dice nel gergo popolare: “Da che pulpito viene la predica?”. Dalla scienza? Dall’educazione affettiva? Ancora: “Chi è senza peccato – alias chi è fuori dal reale – scagli la prima pietra”.
L’educazione sessuo-affettiva è già in atto già nelle scuole di ogni ordine e grado. Un miraggio alienante, che alimenta il proliferare del godimento.
[1] J.-A. Miller, Lacan, professeur de désir, “Le Point”, 2013 [Trad. mia]. Disponibile qui: https://www.lepoint.fr/culture/lacan-professeur-de-desir-06-06-2013-1688542_3.php
[2] S. Freud, Analisi terminabile e interminabile [1937], in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, vol. 11, p. 531.
[3] J. Lacan, Il fenomeno lacaniano, “La Psicoanalisi”, 24, p. 21.


