Claudio Fronte- Psicologo, Psicoterapeuta, Allievo ISDSF[1]
Educare: dal latino educĕre, trarre fuori, ma potremmo dire anche tagliare, separare, dividere. Termini che sembrano non avere più diritto di cittadinanza nel discorso educativo contemporaneo, dove ogni gesto di separazione è vissuto come frustrazione – da scongiurare (sic!) – e ogni limite come una ferita narcisistica: puoi avere tutto! Porre uno iato tra il soggetto e l’oggetto investito libidicamente genera inevitabilmente e ineluttabilmente il cosiddetto “virus” della frustrazione, della mancanza. E dunque esserne colpiti produce traumi (che sembrerebbero appartenere all’ordine della necessità – il “non cessa di scriversi”), anch’essi da evitare – ma la vita senza “traumi” non sarebbe tale! Non parliamo di castrazione, perché alcuni educatori potrebbero scandalizzarsi. Sembra che la tragedia di Edipo re di Sofocle sia stata scritta invano, relegata negli archivi del passato. Eppure, Freud di quella tragedia ha fatto la matrice del processo di umanizzazione: è attraverso la lente del complesso edipico che lo psicoanalista viennese ci invita a guardare le dinamiche che fanno del cucciolo d’uomo un soggetto.
Sembra invece che oggi il discorso sociale, l’Altro sociale, abbia assunto come pedagogia la teoria – ormai dominante e che ha avuto successo – dell’attaccamento. John Bowlby, psicoanalista e psicologo britannico, ne è il fondatore: una delle elaborazioni più influenti del Novecento sullo sviluppo affettivo e relazionale. Bowlby descrive tre fasi principali nella reazione del bambino alla separazione dalla figura di attaccamento: protesta, disperazione e distacco[2]. Ma allora, si chiedeva un mio professore, dov’è colui il quale dovrebbe rivestire il ruolo di padre? Nella teoria dell’attaccamento la sua funzione sembra elisa. Eppure, in psicoanalisi, la funzione paterna – chiunque la incarni, uomo o donna – introduce due tempi distinti: prima divide, separa, la possibile simbiosi madre-bambino; poi offre al soggetto la possibilità di accedere a un desiderio proprio, più singolare.
Anche la vita, in fondo, si fonda sulla separazione: la cellula si divide per continuare a vivere, l’ovulo fecondato si scinde per dare origine a un nuovo essere. Non è l’unione a generare – un’affermazione controintuitiva –, ma la capacità di differenziarsi. Così, anche nell’educazione, solo il taglio apre lo spazio del soggetto, il luogo del desiderio e della parola.
Educare oggi significherebbe, allora, restituire cittadinanza alla mancanza. Ricordare che ogni crescita implica una perdita, non solo da parte dell’educando ma anche di chi educa: accettare di non essere più necessario, di lasciare andare. Solo allora, attraverso il taglio – la separazione dal godimento dell’Altro – può nascere un soggetto capace di parola, di desiderio e di responsabilità.
[1] Istituto Superiore di Studi Freudiani “Jacques Lacan”.
[2] Cfr. J. Bowlby, L’attaccamento alla madre, Torino, Bollati Boringhieri, 1972.


