Roberto Pozzetti – Membro SLPcf e AMP
L’anno scolastico s’è avviato con un irrigidimento delle normative: non è possibile utilizzare lo smartphone a scuola. Non si tratta di una decisione voluta soltanto dalla destra al governo in Italia; analoghe indicazioni si ritrovano in Brasile, Belgio e Francia in un contesto culturale dominante che imputa all’iperconnessione i problemi dei giovani.
Risulta senz’altro condivisibile la preoccupazione dinanzi all’utilizzo per molto tempo degli schermi nell’infanzia; in tale fascia d’età nessuno dubita sia giusto porvi un limite. Non crediamo tuttavia che lo smartphone renda un bimbo “de-mente”, come invece sostengono i clinici convinti di una demenza dei nativi digitali; lo porta piuttosto a sviluppare un altro tipo di mente, meno mnemonica e più logica.
Quanto ai teenager pare legittimo chiedersi se davvero l’eventuale pochezza culturale e la psicopatologia siano indotte dallo smartphone, come asserito dalla narrazione in voga. Si dice che le giovani generazioni di oggi siano maggiormente angosciate di quelle precedenti a causa della nocività dei cellulari. Le ricerche che provino la correlazione fra disturbi d’ansia e utilizzo dello smartphone si dimostrano tuttavia discutibili e controverse.
Altri fattori sociali partecipano a innescare angoscia nelle giovani generazioni: fra questi il precariato lavorativo che implica un sentimento di precarietà circa il proprio futuro abitativo e affettivo, la competitività spasmodica del nostro mondo, la carenza di punti di riferimento. La pulsione erotica e il desiderio, in giovane età, si organizzano invece spesso intorno a oggetti digitali come lo smartphone. Questi orientano la vita del soggetto che anela a possederli e li considera talora indispensabili sino a giungere a una dipendenza.
Dalla mia prospettiva, in otto anni di insegnamento universitario svolto sia in Svizzera sia in Italia, soprattutto con allievi del primo anno e dunque non così diversi da quelli al tramonto del liceo, non ho mai preso posizione contro i dispositivi digitali. Li considero anzi una risorsa: offrono opportunità di ricerca soggettiva e di approfondimento singolare nel corso delle lezioni frontali e delle discussioni che avvengono in aula.
Le problematiche dell’istituzione scolastica non sono dunque riconducibili soltanto alla diffusione degli smartphone fra i teenager. Si obietterà che, non potendo risolverle da subito, questa normativa costituisce almeno un primo passo per poi giungere a interventi più strutturali.
Educare rimane tuttavia un compito impossibile – come lo definiva Freud insieme a quello del governare e dello psicoanalizzare[1]. Le tre professioni impossibili si ritrovano in Lacan rispettivamente nei discorsi dell’università, del padrone e dell’analista. Educare, a scuola o non a scuola, ha un “esito insoddisfacente scontato in anticipo” con o senza lo smartphone.
[1] Cfr. S. Freud, Analisi terminabile e interminabile [1937], in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, vol. 11, p. 531.


