Raffaele Calabria – A.M.E membro SLPcf e AMP
Il laboratorio, come strumento di lavoro, non avrebbe visto luce nel Campo freudiano prima dell’avvento di Zadig[1] e dell’invito di Jacques-Alain Miller ad aprire le porte della psicoanalisi alla politica. Inoltre, non è possibile individuare una sua struttura logica, come per il cartello, per motivi che dipendono sia dal tema di lavoro, sia dal numero variabile dei partecipanti (che incide molto sullo sviluppo immaginario delle dinamiche di gruppo), sia dal fatto che ha un carattere multidisciplinare e polifunzionale sin dalla sua origine. Infine, ritengo che nel nostro Campo esso si collochi a metà strada tra la “rete articolata”, di cui ha parlato Miller nella sua conferenza di Madrid del 2017: «Per lavorare in politica, affidarsi all’autonomia del proprio pensiero è necessario tanto quanto abbassare il livello delle identificazioni»[2], e il cartello nella Scuola, con i principi costitutivi fondati da Jacques Lacan. Ecco come è costituito il nostro laboratorio Questioni attuali nelle istituzioni scolastiche: tre coordinatori guidano e orientano gli incontri, tre per aborrire il fascino della leadership; due incontri di gruppo, mensili e in orari differenti, per permettere a tutti di partecipare; incontri tra i soli coordinatori prima di ogni data per stabilire la modalità di prosieguo. Abbiamo deciso che in ogni conversazione si parta da un testo, commentato e discusso dal resto dei partecipanti. E i testi sono scelti in base a due criteri: storico o di attualità sull’educazione scolastica e scritti di psicoanalisi.
Dunque, questo laboratorio nasce dopo l’avvento di Zadig; approfondiamo ora le affinità che esso ha con il cartello. Innanzitutto, siamo guidati dall’espressione “elaborazione provocata” così come Miller la propone. Con la proposta di un testo a ogni incontro desideriamo non solo alimentare la riflessione e la discussione ma, soprattutto, chiamare ciascuno a una parola aperta sulla propria pratica. Che ogni partecipante possa sentirsi libero di esprimere la propria opinione, al riparo da qualunque valutazione di giudizio. E, nel solco dell’orientamento lacaniano, proviamo ad allentare i legami identificatori, a tenere lontano l’effetto di padronanza e a operare affinché ognuno si esprima nelle modalità che gli sono proprie.
Se i coordinatori nel discorso (come Lacan ci insegna) sono in funzione di agente, la posizione di chi provoca (nel discorso isterico) è quella di soggetto diviso e non di padrone. Ciò vuol dire che gli effetti soggettivi vanno assunti su di sé «affinché gli altri se ne sbarazzino», scrive Miller. Perché la produzione di sapere è disturbata dall’effetto soggettivo, che dà adito a inconcludenti lamentazioni e non a elaborazioni.
Problemi da affrontare: durata temporale del laboratorio? Permutazione dei coordinatori? In conclusione: se il termine laboratorio rimanda alla regola benedettina ora et labora, propongo, alla luce di questa prima esperienza, la nuova regola: “studia e conversa”.
[1] Zadig, acronimo di Zero abjection democratic international group.
[2] J.-A. Miller, Conferenza di Madrid, in Campo freudiano anno zero, a cura di M. Focchi, Roma, NeP edizioni, 2018, p. 50.


