Alessio Patacca – Partecipante SLPcf
Perché il tal dei tali voi l’odiate tanto? – E lui aveva risposto allora,
in un accesso della sua buffonesca spudoratezza:
– Ecco perché: egli, è vero, non m’ha fatto niente,
ma in compenso gli ho fatto io la più brutta azione possibile,
e appena fatta, subito, per ciò stesso, l’ho pigliato in odio.
Dostoevskij[1]
L’Articolo 27 della Costituzione ci svela, attraverso la sua ineguagliabile bellezza linguistica, la cifra della rieducazione: si deve tendere alla rieducazione del condannato, e questa elasticità ha una sua forma significante da inventare.
La rieducazione non disumanizza il criminale, non è un tentativo crudele di imposizione, di controllo o addestramento cognitivo; non è una pedagogia nera della punizione ma piuttosto un atto etico, vigoroso, di rispetto della dimensione soggettiva e della responsabilità individuale e collettiva.
Educare, se seguiamo l’etimologia della parola, è un processo di estrazione, un portare fuori, addirittura strappare. Estrarre il soggetto dal criminale, liberarlo dalle catene del carcere e fare in modo che possa reinserirsi nella società, strappandolo dalla ripetizione inconscia, dalla recidiva, dall’identificazione al male.
La rieducazione si scontra con le aporie della società contemporanea alle prese con molteplici forme di distruzione del legame sociale. È un’epoca dominata dall’iperattività dell’odio che degenera in una polimorfia della violenza; odio nelle strade, nei rapporti interpersonali, odio digitale. E come correlato violenza degli esseri umani dominati dalle passioni dell’essere, violenza contro le donne, nella guerra; senza contare gli effetti della segregazione nelle macrostrutture della società capitalista.
Se da una parte c’è la tendenza a un aumento di reati contro la persona, soprattutto intrafamiliari, dall’altra manca spesso la consapevolezza e la capacità dell’individuo di incorporare una qualche responsabilità soggettiva sui propri agiti. La vittima non esiste, è un elemento residuale, l’io è tutto concentrato nella valorizzazione paranoica della verità, la propria verità sempre contrapposta a quella giudiziaria, una verità in cui la colpa è sempre dell’“Altro”, che va colpito, annientato e distrutto. Non c’è spazio per nessuna elaborazione, tutto è veicolato da «la dimensione apparentemente irriducibile dell’odio […] che si colloca a monte dell’odio di sé, considerato l’alfa e l’omega dell’odio per l’Altro»[2].
L’etica del rieducare dovrebbe essere qualcosa di sospeso in questa tensione tra strappo, rottura e riparazione del rapporto con l’alterità. Si deve strappare all’odio la sua certezza, e tale strappo avviene all’interno della cornice simbolica della Legge.
La rieducazione può avere dunque la funzione di rammendo dei rapporti interumani dominati dalla pulsione distruttiva. Non sempre si riesce, bisogna fare i conti spesso con riparazioni impossibili. Non si può prevenire il male futuro ma si deve operare chirurgicamente per costruire una corona di anticorpi cercando di dividere la coincidenza tra la ferocia umana che esplode nel ritorno del reale e una proliferazione della violenza agita.
La rieducazione deve inserire in questo magma elementi nuovi di separazione concreta: un lavoro socialmente utile, un atto di giustizia riparativa, una bonifica dell’odio verso l’Altro. Qualcosa che ridetermini una trasformazione dei rapporti tra l’individuo, la società, la vittima. Se non si può sradicare la pulsione di morte dall’individuo e dalla Società, si può tentare di frenarla, di strappare il soggetto dalla collisione continua con il reale della ripetizione. Per fare questo è necessario un lavoro dell’atto e della parola. Un nuovo equilibrio, un nuovo lavoro, un nuovo assetto familiare, una nuova vita ma anche una parola che è una parola nuova, mai detta prima, una creazione.
Freud ci insegna che del “vecchio adagio delle professioni impossibili” è stato occupato fino al collo con la seconda di esse, l’analizzare, senza disconoscere agli «amici pedagogisti il diritto di rivendicare al loro lavoro un alto valore sociale»[3].
Una rieducazione possibile, di alto valore sociale, di scollamento dell’odio dalla proliferazione della violenza, alla ricerca di nuovi annodamenti soggettivi dei legami sociali distrutti.
[1] F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, Torino, Einaudi, p. 208.
[2]A. Lebovits-Quenehen, Attualità dell’odio, una prospettiva psicoanalitica, Macerata, Quodlibet Studio, 2025, p. 61.
[3] S. Freud, Prefazione a “Gioventù traviata” di August Aichhorn [1925], in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 1980, vol. 10, p.181.


