Carlo Flamini – Psicologo, Allievo Istituto freudiano
Nell’Intervento al primo Congresso mondiale di psichiatria, Jacques Lacan è piuttosto critico: riportando la questione sul linguaggio, lo pone come sfondo del pensiero di Freud, da cui la tecnica analitica acquista senso solo se letta alla luce della verità come effetto del discorso. La verità non può essere dal lato dell’analista, che non può in alcun modo dargliela o forzarla, prendendo la parola al suo posto: «Essa è quando egli (il paziente) la realizza»[1]. Altrimenti si fa fuori la soggettività, ci si scorda di essa fintanto che la malattia mentale non arreca disturbo. Una mia collega, un giorno, mi raccontò di un intervento domiciliare con una bambina con problematiche di apprendimento: nello svolgere i compiti dimenticava sempre qualcosa, si perdeva sempre qualche pezzo. Trovai interessante che la mamma era estremamente apprensiva e controllava ogni aspetto della sua vita, anche la merenda, vietando qualsiasi tipo di dolce. Un giorno, questa mia amica le propone un dolcetto di straforo. Quel giorno la bambina non sbaglia. Lungi dal voler commentare un caso clinico, questo esempio, insieme al testo di Lacan, ricorda come i bambini siano già a lavoro per aver a che fare con il loro Altro. Se a questo abbiniamo che, nel bambino psicotico, l’Altro è quello sregolato e aggressivo, l’idea di educazione in una pratica in istituzione, può essere letta al rovescio: non sono i bambini ad essere ospiti di una struttura e noi gli educatori che sanno e insegnano le regole. Piuttosto sono loro che vivono all’interno della casa, e gli educatori gli ospiti che li vanno a trovare. Quando si fa visita a qualcuno si è gentili, si chiede il permesso, si seguono le regole della casa (date dall’Altro regolato dell’istituzione), si rispettano i programmi e le attività che ci sono da fare, che sono per noi e non per loro. Una legge che cade su di noi e avviluppa il nostro desiderio altrove. Il fatto di essere sottoposti a una legge che ci barra, che ci leva dalla posizione di poter decidere in modo capriccioso cosa sia giusto, ci permette di essere partner di un lavoro, fa sì che ci sia la possibilità di un buon incontro, dato in un’atmosfera desiderante che permetta un’andata e un ritorno tra il soggetto e un altro Altro, fornendo la possibilità di articolare quanto loro stanno cercando di sviluppare in una ripetizione che non si iscrive. In questa prospettiva, l’educazione non si fonda sull’imposizione di un sapere, ma sul rispetto di un lavoro già in atto, in uno spazio condiviso che regola l’Altro. Rovesciare l’educazione ci solleva dall’incarnare un Altro angosciante che pone l’enigma del proprio desiderio sul bambino, a cui non resterebbe altro che difendersene. In quest’ottica si pone al centro il soggetto sottraendolo dalla posizione di deficit, cercando di porre condizioni di possibilità di un raccordo al legame sociale.
[1] J. Lacan, Intervento al primo Congresso mondiale di psichiatria [1950], in Il mito individuale del nevrotico, a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Astrolabio, 1986, pag. 61.


