Umberto Cavalli- Membro sotto condizione SLPcf
Jacques Lacan si è particolarmente interessato alla questione della Fenomenologia dello Spirito, e probabilmente nell’espressione “discorso del padrone”, risuona un’eco di ciò che è stato acciuffato dall’Hegel di Alexandre Kojève: l’idea secondo cui ogni discorso è un discorso di dominazione, a eccezione del discorso analitico. Non è il dominio di un uomo, né di una donna, ma è la dominazione di un significante in posizione di agente. E da questa dominazione risulta una prescrizione di un modo di godere, che cambia secondo l’archeologia dei discorsi, dei luoghi, dei tempi e dei periodi.
Il potere, oggi, non ha più il volto solido e verticale del Padre antico. Se la psicoanalisi è nata in un’epoca dominata dalla tradizione e dall’ombra del Nome-del-Padre, il nostro presente ci consegna una realtà radicalmente diversa. L’autorità diventa una spudorata gestione amministrativa dei corpi. Uno sguardo a Eyes Wide Shut e Salò e Le 120 giornate di sodoma permette di intravedere la lungimiranza degli artisti nel cogliere questa deriva.
Siamo passati dal regime dell’Uno-tutto – dove un’eccezione fondava la legge per tutti – al regime della frammentazione. Lacan aveva anticipato questa mutazione: oggi il corpo non è più un’unità sacra, ma un insieme di “pezzi di reale” pronti per essere manipolati dalla scienza e dal mercato. Il discorso della scienza, che Lacan definiva come il rovescio della psicoanalisi, ha trasformato il linguaggio in un “apparato di godimento”. Il potere oggi non comanda solo cosa dobbiamo fare, ma soprattutto come dobbiamo godere, saturando ogni mancanza con la “pappa asfissiante” di oggetti di consumo, quelle “fettine di godimento” prodotte incessantemente.
In questo scenario, che posto occupa la psicoanalisi? Freud vedeva il sintomo come “segno e sostituto di un godimento che non ha avuto luogo”. Oggi, il sintomo appare come l’ultima difesa del soggetto contro l’universalizzazione del discorso della scienza che vorrebbe annullare ogni particolarità. Il sintomo, inteso come “evento di corpo”, è ciò che non cessa di scriversi al di fuori di ogni prompt o algoritmo.
Mentre il potere contemporaneo cerca di “normalizzare” il soggetto attraverso standard e protocolli, l’analista è chiamato a occupare il posto di chi ascolta, in modo inedito. Non per restaurare un ordine morale o terapeutico, ma per rivelare l’impostura di ogni significante-padrone che pretende di dire “tutta la verità”.
Il potere analitico non è un potere di direzione delle coscienze, ma un “potere della verità” che agisce sulla carne. Tuttavia, l’ultimo insegnamento di Lacan ci avverte: la verità stessa ha una struttura di finzione. Il vero potere del discorso analitico risiede nella sua capacità di fare eccezione. Il vero “potere” dello psicoanalista, come può insegnare la pratica a diversi[1], è un potere discrezionale dell’uditore: egli non usa la sua posizione per governare o educare, ma per fare spazio, lasciando che sia l’Altro a parlare.
L’obiettivo della cura non è l’adattamento alla norma sociale, ma lo “scombussolamento della difesa” per permettere al soggetto di incontrare il proprio reale. Il potere oggi si gioca dunque in questa faglia: tra un mondo che vuole scrivere tutto e un’esperienza, quella analitica, che si fonda sul “non c’è rapporto sessuale”, ovvero sul vuoto incolmabile che rende l’uomo un essere parlante e desiderante.
[1] V. Baio, La logica dell’istituzione e l’adolescente, in Genitori alla scuola del desiderio, a cura di A. Marcelli e E. De Angelis, Comuni Associati Vallata del Tronto, Osservatorio Permanente, p. 84.


