Monica Vacca- Membro SLPcf e AMP
Nel 1969, Lacan afferma: «Il potere capitalista, questo potere singolare di cui vi prego di valutarne la novità, ha bisogno di una guerra ogni vent’anni»[1]. Oggi nell’era del neocapitalismo finanziario o del turbocapitalismo possiamo azzardare a dire che c’è bisogno di una guerra ogni giorno. Una sorta di guerra civile che prende la veste di una spinta alla polarizzazione, alla contrapposizione feroce tra sessi, identità, religioni, culture, fazioni politiche …
L’etimologia della parola potere indica un’ambiguità, deriva dal latino possum (io posso) composta da pot e sum (sono). La particella latina pot è figlia della radice sanscrita pat, (dominio-capacità di proteggere e custodire-nutrimento). Dunque, letteralmente significa “io ho la facoltà di decidere, sono al comando, sono il custode”. Il possum (l’io posso) introduce una certa ambivalenza. Infatti, se da un lato indica la potenza, la capacità, la forza e la facoltà di agire, il controllo di sé e dell’altro, dall’altro implica una certa responsabilità nella custodia e nella protezione, ossia introduce una sorta di limite alla padronanza e al dominio. Sigmund Freud, quando insegna che “l’io non è padrone in casa propria” e fa vacillare il volere del “io posso”, apre l’altra scena del potere e della padronanza: ciò che comanda l’essere parlante è la pulsione, altro nome dell’impossibile. E ciò comporta delle conseguenze sul “tutto è possibile” sul “io posso se lo voglio”. Per dirla con Jacques Lacan, il discorso analitico introduce il potere dell’impossibile, altro nome del reale senza legge.
Il titolo si fonda su un equivoco e si presta a una duplice lettura. Oggi sembra che tutto si possa fare, nessun impedimento, nessun pudore, nessun imbarazzo, nessuna remora. Si violenta, si uccide, si elimina l’altro, lo straniero, il diverso senza se e senza ma. Basta ascoltare le news o leggere i quotidiani per cogliere la peggiore degradazione della questione morale e l’evaporazione dell’etica. Una sorta di assuefazione alle peggiori aberrazioni la fa da padrone. Il linguaggio ridotto a slogan è divenuto mera comunicazione efficace capace di far esplodere una guerra, di far saltare il quadro di un paese, del contesto internazionale e del legame sociale. Lungi dal voler essere nostalgici e auspicare il ritorno al passato, a un ordine che è ormai svanito, occorre trovare il modo per abitare il presente e per saperci fare con l’attuale disagio della civiltà.
In un mondo sempre più immondo e rumoroso, dove l’eco del grido di guerra risuona anche contro la psicoanalisi occorre domandarsi: quali azioni sia possibile mettere in atto per difenderla? Quale posizione occupare per mettersi di traverso alla deriva del linguaggio ridotto a slogan? La psicoanalisi a orientamento lacaniano insegna il potere della parola, del dire, del ben-dire. Nella babele del mondo “psi”, lo psicoanalista rinuncia a qualsiasi forma di dominio e apre la porta al potere del significante facendosi custode e protettore del silenzio che abita il linguaggio e alberga nella pulsione. In effetti, l’esperienza di una analisi insegna a ben-dire e a tacere, e soprattutto rende avvertiti del potere della parola e delle sue conseguenze.
Una scommessa, quella dell’azione lacaniana, che punta al non-tutto. Non-tutto si può controllare, non-tutto si può misurare, non-tutto si può ridurre a norma universale. L’introduzione del non-tutto e del non possum conduce verso il non-tutto si può sapere, non-tutto si può dire, resta sempre un’opacità indicibile nel non-tutto dell’umano.
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVI, Da un Altro all’altro [1968-1969], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2019, p. 238.


