Maria Anna Gentile – Partecipante SLPcf
Il significante non si riferisce a nulla se non a un discorso, cioè ad un modo di funzionamento, a una utilizzazione del linguaggio come legame[1].
Mentre scrivo l’articolo, ascolto una canzone dell’82 Mad World: Pazzo Mondo, mi viene in mente un “detto” di Lacan: tout le monde est fou, tutto il mondo è folle e provo a mettere in tensione la differenza linguistica con la questione riportata dal titolo di Rete Lacan che interroga il significante “potere” oggi.
Le evidenze della politica internazionale fanno pensare che la follia sia al potere, assistiamo al moltiplicarsi delle guerre con l’obbiettivo, oltre all’occupazione del territorio, della cancellazione del popolo conquistato. Una cancellazione non solo fisica, ma che passa per vie più sottili, portate avanti in maniera meticolosa.
A proposito delle farraginose trattative di pace in Ucraina, Putin esige che il Donbass sia annesso alla Russia e che gli abitanti parlino la lingua russa. La storia si ripete – il sintomo si ripete – e questa notizia fa il paio con quanto accaduto all’epoca dell’ex Unione Sovietica circa il potere esercitato sui così detti “paesi satelliti”. Nei paesi del Caucaso in Asia Centrale, l’idioma della lingua è turco, tataro con influenze persiane, l’alfabeto turco. Per circa 50 anni, fino al 1989, la Madre Russia ha voluto che i libri fossero stampati in lingua russa, ma il cirillico rispetto alle lingue turche manca di alcune lettere e relativi suoni.
Com’è stato possibile? Sono state inventate delle lettere, in cirillico, innestate in un altro corpus linguistico per dare forma a parole turche con caratteri russi. L’azione del potere ha preso di mira l’alfabeto, le parole scritte, compiendo un’operazione sulla lingua che ha alterato le peculiarità con effetti di sottomissione.
Lacan indica che la forma più pura del significante è la lettera: «Il supporto materiale che il discorso concreto prende dal linguaggio [e che] il soggetto se può apparire servo del linguaggio, lo è ancor di più di un discorso»[2]. Nel 1971, Lacan afferma che «la psicoanalisi meglio giustifica la sua intrusione»[3] nel gioco della lettera che marchia il corpo, e sottolinea come dal linguaggio si passi alla particolarizzazione nel senso de lalingua. In ciò che rimane del significante, come pioggia che traccia il terreno, il corpo è segnato da lalingua[4].
Concludo con una nota di Lacan: «Si ricorderà che la discussione sulla necessità dell’avvento di un nuovo linguaggio nella società comunista ha realmente avuto luogo, e come Stalin, per il sollievo di coloro che davano fiducia alla sua filosofia, l’abbia chiusa in questi termini: il linguaggio non è una sovrastruttura»[5], un avviso sulla «gerarchia causatoria dei rapporti di produzione con le sovrastrutture ideologiche»[6].
Ecco che un’operazione sulla lettera “inventata e innestata” che produce lo stravolgimento de lalingua di una cultura, diventa uno strumento di potere, ancora oggi. Le forme di potere, le sue declinazioni, prendono in causa la lingua dove la cancellazione delle differenze linguistiche, proprie di ogni cultura e popolo, diventa uno strumento di potere[7].
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Einaudi, 2011, pp. 28-32.
[2] J. Lacan, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud [1957], in Scritti, a cura di G. Contri, Roma, Einaudi, 1974, p. 490.
[3] J. Lacan, Lituraterra [1971], in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Roma Einaudi, 2013, p. 11.
[4] Cfr. J. Lacan, Lituraterra [1971], in Altri scritti, cit.
[5] J. Lacan, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud [1957], cit., p. 491.
[6] Ibidem.
[7] Stalin chiama un esponente dei paesi baltici – non ricordo se fosse lituano o lettone – che gli risponde in lettone a cui arriva subito l’ingiunzione perentoria di parlare russo, e che ad un eventuale rifiuto le conseguenze sarebbero state di un “Magadan Gulag” (campi di lavoro siberiani) in cui si sarebbe parlato il lettone.


