Simona Galimi – Membro SLPcf e AMP
Il potere non è solo imposizione o comando diretto, ma si presenta come una struttura impersonalizzata, un insieme di istanze che regolano il legame sociale senza un soggetto visibile. Il potere non è il risultato di una volontà individuale, ma il funzionamento impersonale di discorsi che si impongono come leggi, disciplinando il desiderio senza necessità di un’autorità centrale.
Oggi si manifesta in forme che agiscono su di noi in modo invisibile, non come un atto di comando diretto, ma come una circolazione automatica di significanti: norme, obiettivi, indicatori di performance. Non ha più un volto riconoscibile, ma si auto-riproduce attraverso algoritmi e classificazioni che modellano la nostra esistenza.
Non si limita a reprimere; produce un surplus che influenza le nostre vite. Organizza il desiderio e orienta il godimento, valorizzando certi modi di soddisfazione a scapito di altri. Così consumo, competizione e prestazione diventano effetti immediati di un potere che agisce attraverso strutture regolatrici, stabilendo non solo ciò che è proibito, ma anche come e quanto si deve godere. Non definisce soltanto limiti, ma parametri del godimento, riducendolo a una forma di “performance” quantificabile e misurabile.
Questa macchina del potere si alimenta attraverso elementi che si rinforzano a vicenda: obiettivi, rating, feedback, protocolli di valutazione continua. Non c’è una figura che comanda, ma una serie di meccanismi autonomi che si nutrono del soggetto attraverso il suo continuo coinvolgimento.
Il soggetto contemporaneo è inquieto, si percepisce costantemente inadeguato e chiede al potere di dirgli chi essere e come migliorarsi. Diventa responsabile della propria “performance”, in un gioco perverso in cui il godimento non è solo una possibilità, ma una prescrizione. L’individuo diventa così imprenditore di sé, tenuto sotto controllo da una legge invisibile che definisce ciò che è godibile e ciò che non lo è.
In questo contesto, l’intelligenza artificiale è paradigmatica: decisioni delegate a sistemi opachi, privi di intenzionalità soggettiva ma dotati di autorità operativa. Si obbedisce non perché qualcuno ordina, ma perché “lo dice il sistema”.
La sofferenza si manifesta come esaurimento, depressione, ansia o inibizione: il soggetto si conforma al comando, ma paga il prezzo psicologico. L’unico punto di interruzione non è un contro-potere, ma uno scarto. Là dove tutto deve funzionare, può emergere ciò che non funziona; dove tutto deve essere misurabile, può aprirsi uno spazio per ciò che resiste alla valutazione continua. Non si tratta di ottimizzare né di promettere successo, ma di sospendere, localmente, questo funzionamento.
Il potere contemporaneo può essere pensato come un discorso che opera senza padrone visibile, producendo soggetti performanti e godenti sottomessi alla valutazione continua. La lezione del seminario Il rovescio della psicoanalisi[1] resta uno degli strumenti più potenti per comprenderne la logica. Leggere il potere oggi attraverso Lacan significa spostare lo sguardo: esso non risiede solo nelle figure dell’autorità, ma nei legami inconsci che organizzano il sociale, interrogando le forme che assumono e creando spazi in cui la singolarità del soggetto possa ancora trovare ascolto.
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi [1969-1970], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2001.


