Cristiana Santini- Membro SLPcf e AMP
La clinica dei disturbi alimentari, in particolare dell’anoressia, mi ha offerto l’occasione per una riflessione sul rapporto fra nutrire\mangiare e il potere, nella relazione con l’Altro. Il fatto che sia diffusa nelle culture del controllo, dello scientismo, del sapere, nel tempo del desiderio infinito, illimitato, come lo definisce Tagliapietra[1], merita una riflessione.
Nel saggio introduttivo al testo di Ludwig Feuerbach L’uomo è ciò che mangia[2], Andrea Tagliapietra sottolinea il legame fra mangiare e sapere, fra mangiare ed essere e aggiungo, come riflessione personale, fra mangiare e potere.
L’uomo è ciò che mangia, apre diversi orizzonti ma soprattutto riconduce al corpo quale limite alla dimensione immaginaria e simbolica prodotta dal linguaggio. La frase in tedesco e in latino consente una doppia lettura giocando sulla somiglianza fonetica del verbo mangiare e del verbo essere in terza persona, per cui l’uomo è ciò che mangia ma anche mangia ciò che è. Tutto per dire che l’umano mangiando si definisce e si costruisce sia in senso materiale che concettuale, ma necessariamente dentro certi limiti, due in particolare: le condizioni date dalla composizione chimica e fisiologia del suo corpo e dalla struttura del linguaggio. Nelle variazioni culturali e quindi personali a ciò che di universale c’è nella composizione dei cibi umani, sta la possibilità di soggettivarsi, fare proprio il corpo.
Nel discorso dei soggetti che manifestano comportamenti di tipo anoressico manca spesso il senso del limite, una forma di onnipotenza rispetto alle condizioni di vita, la negazione delle necessità fisiologiche della nutrizione, in quanto il corpo non è soggettivato ma pensato come ostaggio fra il soggetto e l’Altro, utilizzato come limite al potere, al sapere dell’Altro.
Sempre Feuerbach scrive: «il cibo è l’inizio del sapere». In effetti il lavoro clinico con soggetti detti anoressici mostra una questione con il sapere e lo stesso Lacan nel Caso dell’uomo dalle cervella fresche, unico caso in cui cita l’anoressia, fa questo collegamento. Si tratta di quel sapere che non si sa, quel buco che da Freud in poi è stato chiamato inconscio. Rifiutare il cibo, oggetto dell’Altro, primo dono che il bambino riceve, è mettere un confine fra il proprio essere e l’Altro passando per il reale del corpo mortale. L’angoscia che si produce nei familiari indica questa irruzione del reale su di una scena spesso costruita allo scopo di negarlo, in cui si nega la castrazione propria dell’essere parlante. Un discorso familiare che tende alla universalizzazione dei concetti, dei corpi, del mondo, che si rifà al discorso della scienza ad una concretezza decontestualizzata, materica, standardizzata. Il corpo è il corpo di tutti, è dell’Altro, è sapere dell’Altro. Sapere sul corpo, su cosa serva al corpo, è un atto di potere, Chi nutre è dal lato dell’avere e del sapere. L’atto di nutrire è un atto di potere se non è segnato da un desiderio particolarizzante, ossia se non passa qualcosa della castrazione, della mancanza, del dubbio in chi lo compie. Chi mangia mostra la propria mancanza, si dice umano, si dice corpo, finito. Chi si rifiuta di mangiare rifiuta questa finitezza, per produrre finitezza nell’Altro, crea un buco nel sapere dell’Altro riguardo all’essere del soggetto e al proprio. Non mangiare è un atto di contestazione verso il potere, lo vediamo nei digiuni di coloro che, carcerati ingiustamente, cercano di farsi sentire.
Il corpo che non mangia è un corpo che cerca di parlare lì dove la parola gli è stata tolta o mai data ma che alla fine si smarrisce se inconsapevole della propria battaglia. Nella determinazione a togliere potere all’Altro per esistere, può prodursi un godimento mortifero, fino alla morte del corpo e quindi del soggetto.
[1] Saggio introduttivo a cura di Andrea Tagliapietra al testo “L’uomo è ciò che mangia” di Ludwig Feuerbach, Bollati Boringhieri 2017, p. LVII.
[2] Ibidem


