Massimiliano Rielli – Membro SLPcf e AMP
Valutare, diagnosticare, correggere, voler curare, educare… Possono essere diverse sfaccettature del potere.
La pratica quotidiana con bambini e ragazzi folli mi pone a più riprese dinanzi alla questione “come far sì che la cura non sia esercizio del potere?”. Questa esperienza come “educatore” informa – educa, effettivamente – anche la mia pratica in studio, insegnandomi qualcosa dell’ordine della rinuncia all’esercitare il comando.
Oggi il comando ha successo; le procedure dominanti in ambito terapeutico ed educativo si basano su un’idea di superiorità del curante sul curato in termini di sapere: “Io so come occorre che tu sia per stare bene, per essere normale”, “io so come tu debba divenire, quale è il modo corretto…”. È un utilizzo del potere che può avvenire anche per vie gentili, inavvertitamente, anche – come ci insegna Jacques Lacan – a fin di bene, ma anche in questa forma l’uso del potere ha un effetto coercitivo.
Solo la propria esperienza come analizzante può aprire ad una rinuncia all’esercizio del potere, rinuncia possibile passando per il tramite del non sapere.
Lacan dice che: «L’analista […] sa essere uno scarto. È ciò che l’analisi ha almeno dovuto fargli sentire. Se la cosa non lo induce all’entusiasmo, può anche esserci stata analisi, ma di analista nessuna chance»[1]. Non è una frase teorica, ma dice di un’esperienza.
Direi che può esserci una posizione diversa da quella del comando, ma ad una condizione: che si faccia esperienza sulla propria carne del divario, che Lacan ci ha indicato, tra significante e significato. Questo può effettivamente produrre un effetto di non sapere che è vivificante, di entusiasmo, depotenziando la tirannia del senso, come quello fornito dalle identificazioni alle diagnosi che schiacciano il soggetto, imperanti nell’attualità, a cui le psicoterapie danno consistenza per poi trattarle, al fine di un adattamento della persona all’ordine della normalità. Ma una psicoanalisi riceve un soggetto nel suo essere a-normale, ed è nell’etica della psicoanalisi dargli cittadinanza in quanto tale.
Questo margine tra significante e significato è un fondamento dell’insegnamento di Lacan, può sembrare concettualmente semplice ma non lo banalizzerei, lo considero come condizione essenziale per una pratica che non sia di comando e che permette di far parlare ciò che vi è nell’intervallo tra i significanti.
Ci si può così spodestare dal posto del padrone, per dirigere la cura appunto, prendendo sul serio il soggetto senza prendersi sul serio.
È forse fare esperienza di questa divaricazione, S/s[2], che rende possibile il poter non sapere, la facoltà di non sapere che apre alle invenzioni del soggetto, all’imprevisto, dal momento in cui quell’ingombro che era la “normalità” si è rivelato essere solo una parola, un significante come tanti…
[1] J. Lacan. Lacan, Nota italiana [1973], in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2013, p. 305.
[2] Cfr. J. Lacan, L’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud [1957], in Scritti, a cura di G. B. Contri, Einaudi, Torino, 2002, p. 491.


