Intervista a Laura Storti – A.M.E. Membro SLPcf e AMP
A cura di Patrizia Nobili – Partecipante SLPcf
- Lacan parla dei ‘poteri della parola’, qual è la specificità dell’azione psicoanalitica rispetto ad altri approcci psicoterapeutici e/o psichiatrici?
Nel 1953 al Congresso degli psicoanalisti di lingua francese tenutosi a Roma, presso l’Istituto di Psicologia dell’Università, Jacques Lacan pone al centro del suo intervento la funzione della parola e del linguaggio in psicoanalisi[1].
La psicoanalisi è definita come un’esperienza di parola dove l’unico medium “di guarigione, di formazione o di sondaggio […]” è la parola dell’analizzante. E poiché ogni parola chiama una risposta, possiamo dire che nella cura analitica la risposta trova il suo spazio attraverso il silenzio dell’analista. Silenzio che ha lo scopo di mettere l’analizzante di fronte a ciò che non dice o che sottende attraverso i suoi detti, e di metterlo al lavoro, affinché trovi la sua risposta ed elabori il sapere su ciò che lo fa soffrire.
Lacan distinguerà la parola vuota dalla parola piena: la prima, potremmo definirla come il bla bla intrappolato nell’immaginario, la parola dell’Io, la seconda in grado di operare nel simbolico, è l’unica efficace nella cura analitica. La parola piena mira al ben dire, a far sorgere i significanti che determinano il soggetto, che in psicoanalisi non è l’individuo ma il soggetto dell’inconscio. Questo è al cuore della distinzione tra le psicoterapie e la psicoanalisi.
Lacan, nel corso del suo insegnamento, definisce l’inconscio in vari modi: «L’inconscio è strutturato come un linguaggio»[2], «L’inconscio è il discorso dell’Altro»[3], «Non c’è inconscio che nell’essere parlante»[4] e infine, mette la parola prima dell’essere Lacan e afferma: «Ne discende la mia espressione del parlessere che si sostituirà all’ICS di Freud (si legga: inconscio): fatti in là che mi ci metto io, dunque»[5].
È un approccio, quello freudiano, rielaborato da Lacan, a dir poco ‘sovversivo’ che colloca il sapere sul proprio desiderio, sulla propria struttura, sul proprio godimento dal lato dell’analizzante, ma un sapere non tutto riassorbibile attraverso la parola, un sapere che apre all’indicibile.
- Per la psicoanalisi lacaniana, lo psicoanalista è chiamato a rifiutare un potere, di che potere si tratta?
Chi si rivolge a uno psicoanalista è perché soffre nel corpo e nel pensiero e gli suppone un sapere, vuole delle risposte, dei consigli su come fare.
La psicoanalisi si fonda proprio sulla sospensione della risposta, sulla possibilità di mantenere la domanda aperta e mai completamente soddisfatta, rispettando la singolarità e l’unicità del soggetto.
L’analista, dunque, non opera da una posizione di padronanza né mira al senso o peggio ancora al buon senso ma al reale del godimento che sfugge sempre al senso.
- Nel suo insegnamento Lacan distingue la suggestione dal transfert, può dirci qualcosa di più su questa differenza?
Lacan distingue la suggestione dal transfert utilizzando il Grafo[6], nel piano inferiore colloca la suggestione mentre su quello superiore il transfert. Come si fa a passare da sotto a sopra?
Lacan individua tre vie attraverso le quali è possibile questa operazione. La prima è fondamentale: se la parola genera suggestione, si tratta di rinunciare a questo potere. La seconda Lacan la riprende da Freud: la suggestione è transfert in potenza, l’interpretazione la trasforma in transfert in atto[7]. La terza è insita nella domanda che si biforca: una parte mira alla realizzazione del bisogno e si colloca nella parte inferiore del grafo, l’altra va al di là del bisogno e si sposta nella parte superiore. Dunque, se si rimane nella parte inferiore del grafo, dove si colloca la suggestione, siamo nel regno delle psicoterapie, se invece si passa al piano superiore, dove si colloca il transfert, si è nella psicoanalisi. Per rendere conto di questo passaggio, Lacan prende a prestito la domanda d’amore nel seminario, interamente dedicato al transfert e commenta minuziosamente il Simposio di Platone. In particolare, mette in luce il momento in cui Alcibiade dichiara il suo amore a Socrate, e lo definisce uno psicoanalista ante litteram. Infatti, Socrate ha mostrato di essere all’altezza di un transfert che gli ha permesso di interpretare in modo corretto la causa del desiderio di Alcibiade: non sapere niente, eccetto le cose d’amore e il suo essere niente. Due caratteristiche che Lacan fa risaltare nella funzione dello psicoanalista.
[1] J. Lacan, Funzione e Campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi [1953], in Scritti, a cura di G. B. Contri, Torino, Einaudi, 1974, pp. 230-316.
[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIV, La logica del fantasma [1966-1967], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2023, p. 19.
[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi [1954-1955], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2006, pag.105.
[4] J. Lacan, Televisione [1973], in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 507.
[5] J. Lacan, Joyce il Sintomo [1979], in Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 558.
[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio [1957-1958], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2004, p. 433.
[7] Ivi, p. 437.


