Michela Re – membro sotto condizione SLPcf
«Non c’è rapporto sessuale»[1]: non esiste una scrittura che garantisca la complementarità tra i sessi o tra due soggetti, non esiste quindi “l’altra metà della mela”. L’incontro con l’altro non si organizza secondo un sapere naturale o istintuale capace di garantirne l’armonia. È a causa del godimento, non inteso come piacere ma piuttosto come soddisfazione del proprio corpo, che ciascuno si gode da sé, senza essere completamente in relazione all’altro. Come propone Jacques-Alain Miller nell’ultimo volume di Scilicet, il godimento non va inteso come trasgressione rispetto alla Legge, ma come dimensione primaria e strutturale del parlessere[2], una soddisfazione opaca al senso e situata a livello dell’inconscio[3]. Se l’incontro con l’altro non segue una logica di complementarietà, come afferma Ricardo Seldes nel suddetto testo, l’analista non può occupare il posto del partner ideale, quello che sarebbe capace di colmare la mancanza, ma può incarnare il posto del partner sintomo, tramite il quale il soggetto può sostenere il legame[4].
Dal punto di vista clinico, è sempre attraverso il sintomo, con la sua portata di godimento, che un soggetto si rivolge all’analista e, quando il sintomo appare poco definito, è da costruire. È a partire dal sintomo che si instaura il transfert e che può iniziare il lavoro analitico, ma al tempo stesso, il sintomo analitico è reso possibile dal transfert[5]. Il sintomo organizza il rapporto del soggetto con gli altri, non solo con l’analista ma in tutte le sue relazioni, che risultano fondamentali per orientare la cura. Come scrive Miller ne La teoria del partner[6], nella clinica non bisogna farsi ipnotizzare dalla struttura di un soggetto ma piuttosto ricercare sempre il partner, ciò con cui il soggetto gioca la sua partita. Nella scelta del partner, mediata dal sintomo, qualcosa dell’altro viene a incarnare il proprio modo singolare di godere. Per questa ragione, spesso in analisi ci si accorge di scegliere sempre la stessa tipologia di partner: quello che abbandona, quello che salva, o quello impossibile e così via.
Il transfert può essere inteso come una forma particolare di legame amoroso che non si rivolge tanto alla persona dell’analista, quanto al sapere inconscio su di sé che il soggetto gli attribuisce. Quindi, con Lacan, il transfert non è inteso semplicemente come la ripetizione delle relazioni che il soggetto ha instaurato con le figure genitoriali, ma piuttosto si instaura là dove presume che vi sia una verità sul proprio desiderio e sul proprio godimento. Questo amore emerge nella contingenza dell’incontro analitico, quando l’analista viene a occupare un posto nel fantasma del soggetto, cioè nello scenario inconscio attraverso cui dà forma al proprio desiderio e al modo di relazionarsi agli altri, incarnando il punto da cui il sapere inconscio può essere interrogato[7]. In questa prospettiva, il transfert è strettamente legato alla dimensione sintomatica: come il partner amoroso è un partner-sintomo, così l’analista viene investito a partire dal modo singolare in cui il soggetto si rapporta al proprio godimento.
L’amore per il sapere inconscio, dal lato dell’analista, si definisce desiderio dell’analista: una posizione etica che sostiene l’emergere del sapere nella contingenza del discorso. L’analista non colma la mancanza del soggetto, né si pone come colui che sa, ma mantiene aperto uno spazio in cui qualcosa di non predefinito può venire a dirsi. È questa scommessa transferale che può trasformare il sintomo in sinthomo: da portatore di sofferenza a modalità singolare e più sostenibile del soggetto, per cui diventa possibile instaurare e mantenere legami senza l’illusione di complementarietà.
L’analisi mostra così che il legame amoroso è possibile quando il soggetto impara a fare qualcosa del proprio sintomo, senza voler colmare la mancanza nell’altro. Il sinthomo permette al soggetto di inventare modi di vivere l’amore e le relazioni secondo la propria singolarità. L’analista non è chiamato a correggere questi legami né a orientare verso un partner “più adeguato”: l’amore può funzionare come supplenza al fatto che non esiste “l’altra metà della mela”, permettendo che il sinthomo di uno trovi un punto di aggancio in quello dell’altro. In questo senso, la psicoanalisi apre alla possibilità di inventare un amore che non si fonda sull’ideale della complementarità, ma su un saper fare con l’enigma che abita ciascuno.
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p.13.
[2] Neologismo coniato da Lacan per indicare che il soggetto, in quanto essere parlante, è preso dal godimento.
[3] Cfr. J.-A. Miller, C’è, non c’è, in Scilicet, Non c’è rapporto sessuale, Rimini, Panozzo, 2025.
[4] Cfr. R. Seldes, C’è, non c’è, in Scilicet, Non c’è rapporto sessuale, cit.
[5] Cfr. M. Z.-Bérnard, C’è, non c’è, in Scilicet, Non c’è rapporto sessuale, cit.
[6] J.-A. Miller, La teoria del partner, “La Psicoanalisi”, 34.
[7] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro VIII, Il transfert [1960-1961], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2008.


