Barbara D’Argenio – Membro sotto condizione SLPcf
Non c’è rapporto sessuale equivale a dire che non vi è una scrittura possibile della complementarità dei sessi nel campo del linguaggio.
Il lavoro in istituzione con bambini con diagnosi di autismo confronta quotidianamente con questa impossibilità strutturale, che in questi soggetti si presenta come una posizione, talvolta come un’assunzione, un dire di sì o di no, rispetto al farsi rappresentare da un significante per un altro significante. Ciascun soggetto è costretto a inventare un proprio modo affinché un significante possa fare da sembiante del proprio essere.
In istituzione, tale singolarità prende spesso la forma di un’invenzione autistica che fa legame con un oggetto immaginario, e che gli operatori cercano di sostenere ed elevare alla funzione di significante, affinché qualcosa possa iscriversi nel campo simbolico.
Si tratta non di produrre una normalizzazione del legame, ma di sostenere, attraverso il lavoro a diversi, le condizioni affinché possa emergere qualcosa di un godimento non mortifero.
La questione che si pone è dunque come, mediante il rapporto degli operatori al significante e attraverso il loro indirizzarsi al soggetto, possa farsi spazio a una forma di godimento che includa un certo rivolgersi della parola a qualcuno, sapendo tuttavia che questo qualcuno non può mai soddisfare pienamente il godimento stesso messo in gioco dalla parola.
Nel testo di Jacques-Alain Miller C’è, non c’è pubblicato nello Scilicet dedicato al Non c’è rapporto sessuale viene ripresa la questione del godimento come trasgressione: «C’è un Lacan che espone il concetto di godimento a partire da quello di piacere».[1]
Il piacere a cui fa riferimento Miller viene rappresentato con un cerchio, a indicare la funzione del principio di piacere come principio omeostatico, cioè come tendenza alla regolazione e alla conservazione di un equilibrio. Il godimento, inteso come trasgressione, si configura invece come un in-più, un eccesso che sfugge al circuito regolato del piacere.
Secondo questa prima concezione, il trattamento del godimento consisterebbe nella sua negativizzazione: eliminare l’eccesso, riassorbire l’in-più all’interno di un circuito culturalmente e socialmente accettabile.
In questa prospettiva, la Legge – a partire dal divieto dell’incesto, dalla proibizione che interdice al figlio il volere la madre – funzionerebbe come ciò che borda il godimento e lo riporta entro limiti simbolicamente condivisi.
Tuttavia, come osserva Miller, «il godimento non funziona così».[2]
Quando Miller afferma che «per il parlessere non sussiste nulla che non abbia un proprio coefficiente di godimento»,[3] introduce uno scarto decisivo: il godimento non è un residuo primitivo da espellere o da ricondurre all’ordine, ma è coestensivo al fatto stesso di parlare. Non si tratta quindi di reintrodurre il godimento nel circuito del piacere, ma di pensarlo come strutturalmente legato al corpo e al linguaggio.
È su questo punto che emerge la specificità della pratica con l’autismo.
Un tema ricorrente nelle riunioni di équipe è quello della regola. La regola organizza i comportamenti: le norme di buona educazione, le consuetudini sociali, le regole del gruppo. Prendiamo l’esempio del bambino che si ingozza, che ricerca il cibo in maniera irrefrenabile, indipendentemente dal bisogno fisiologico. La questione che si pone all’équipe è concreta: come evitare che finisca il proprio piatto in pochi secondi per poi appropriarsi di quello degli altri? Come fargli comprendere che la richiesta di cibo non può essere soddisfatta se non nel tempo previsto dal programma?
Interrogativi di questo tipo mostrano come, nel funzionamento istituzionale, la regola venga spesso investita di una funzione ordinatrice del godimento. Non si può mangiare con le mani; si introducono forchetta e cucchiaio, il tempo del pasto viene scandito da un timer. Al bambino che entra in cucina e arraffa il cibo si ricorda che “non è il momento”, che il programma non lo prevede.
Questi esempi evidenziano come, talvolta, la regola venga sostenuta dalla credenza che esista un primato sociale del “si fa così”, come se la norma potesse scrivere il rapporto tra corpo e godimento.
Eppure il godimento non si lascia ridurre al “si fa così”.
Riprendendo la distinzione tra sintomo e sinthomo, Miller mostra che il godimento non è originario in senso naturale, ma sempre sostitutivo, effetto di un annodamento. Non può essere semplicemente negativizzato, può piuttosto essere suddiviso, metonimizzato, trattato attraverso una nuova articolazione.
La questione diventa allora un’altra: come inventare una modalità di indirizzarsi a questi bambini che non si riduca all’applicazione di una regola sociale? Come dire qualcosa che non sia soltanto la riaffermazione di un ideale comportamentale? Come intervenire senza supporre che esista un modo corretto di godere, e senza tuttavia lasciare il soggetto esposto a un godimento senza bordo?
È in questo scarto che si gioca la posizione dell’operatore: non tra imposizione e permissivismo, ma nella ricerca di una modalità singolare di trattare il godimento, sapendo che nessuna regola potrà mai scriverne definitivamente il rapporto con l’Altro.
[1] J-A Miller, C’è, non c’è, in Scilicet. Non c’è rapporto sessuale, Associazione Mondiale di Psicoanalisi, Rimini, Panozzo Editore, 2025, p. 23.
[2] Ivi, p. 25.
[3] Ivi, p. 31.


