Giselda Lo Giudice- Membro sotto condizione SLPcf
Sempre più spesso accade di incontrare soggetti supposti ADHD, autistici, neurodivergenti.
La proliferazione di etichette psicodiagnostiche è un fenomeno che negli ultimi anni ha preso largamente piede, in particolare sui social media. Intendiamo avanzare l’ipotesi che quello della neurodivergenza – tra le etichette – possa essere uno degli innumerevoli tentativi umani di far esistere il rapporto sessuale, attraverso il carattere universale di tale concetto, che promulga un sapere assoluto e non marchiato dal buco – almeno a un primo ascolto.
A tal proposito, su Instagram e su TikTok proliferano contenuti molto precisi, testimonianze di persone che raccontano della propria scoperta circa una diagnosi che li caratterizzerebbe, appunto, come neurodivergenti. La diffusione di tali diagnosi e auto-diagnosi nella forma di trend sui social ha, di fatto, contribuito alla creazione di un vero e proprio fenomeno sociale, da cui nascono raduni, forum, canali YouTube[1].
A ben ascoltare, cosa riguardano tali testimonianze? Riguardano dei sintomi, dei comportamenti considerati disfunzionali e problematici. I protagonisti sono persone che soffrono delle proprie modalità di stare al mondo, e sentono di volerle condividere con la community. Ecco, quindi, che si nominano: “Io sono ADHD”, o “Io sono neurodivergente”. Iniziano così ad avere seguito, a incuriosire gli altri utenti, tanto da produrre in qualcuno un “anche io sono ADHD!” o “anche io sono neurodivergente!”.
Osserviamo con curiosità questa tendenza estremamente moderna: in qualche modo, pare diventar comune volersi incasellare in una data patologia o in comportamento atipico, esplicitamente patologico o meno ma comunque simpatizzante. In aperto dialogo con Psicopatologia della vita quotidiana[2] di Freud, potremmo dire di assistere a una sempre più vigorosa patologizzazione della vita quotidiana.
Quali possono essere gli effetti di questa patologizzazione? Il più eminente, a nostro parere, è la moltiplicazione esponenziale degli “Io sono”. “Io sono ADHD”, “Io sono autistico”, di cartesiana memoria, sono espressioni che oggi capita di incontrare durante una prima seduta con un paziente. In questo ambito, è l’identità a far da padrona, con la quale la psicoanalisi ha, per politica, un rapporto di opportuna sfiducia[3].
Questi “Io sono”, inevitabilmente, producono a loro volta altri effetti. In questa sede, intendiamo concentrarci su quello che riguarda i legami amorosi. Riportiamo, a tale scopo, la frase di una paziente: “Io sono poliamorosa. Sono andata a un raduno di neuroqueer e ho conosciuto delle persone con cui ho dei legami amorosi. Nella nostra polecola siamo tutti ADHD, e per questo ci capiamo”.
L’adesione a degli S1 universale, quali “neurodivergente”, “ADHD”, “autistico”, parrebbe rendere possibile l’incontro, almeno con ciò che appare identico – così, almeno, sembra suggerire l’enunciato proposto. Difatti, per questo soggetto e per altri che si riconoscono sotto quest’egida, l’uso del significante “neurodivergenza” sembra promettere – e tentare di realizzare – un rattoppo della questione dell’incomunicabilità: “per questo ci capiamo”.
Potremmo dire, con Jacques Lacan: attraverso l’identico, è possibile per il soggetto mettere un rattoppo alla questione della non esistenza del rapporto sessuale. Durante l’ultimo decennio del suo insegnamento, Lacan mostra la tragedia umana: le tavole della sessuazione del Seminario XX[4] mostrano che il godimento maschile e quello femminile non sono assimilabili e che, per tale ragione, non possono trovare un punto d’incontro.
Attraverso l’etichetta diagnostica, oggi così in voga, il soggetto tenta di realizzare l’accrocco che la psicoanalisi, per sua politica, mette a nudo: non è possibile fare Uno, con l’Altro[5]. “Siamo tutti ADHD, per questo ci capiamo” potrebbe suonare come “godiamo tutti allo stesso modo”. La questione dell’incontro con il godimento dell’Altro, eteros[6] per definizione, pare pacificata e, così, archiviata.
[1] https://forum.spazioasperger.it/discussion/18158/noi-adulti-neurodivergenti-siamo-invisibili
[2] Cfr. S. Freud, Psicopatologia della vita quotidiana [1901], in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 2014, vol.4.
[3] J.-A. Miller, Dove sta l’identità del soggetto?, in Capisaldi dell’insegnamento di Lacan, Roma, Astrolabio, 2021, p. 75: «Se sono le leggi della parola a costituire la struttura dell’inconscio, allora il fine dell’analisi è l’avvento del soggetto alla propria identità attraverso la mediazione dell’analista. Se a strutturare l’inconscio sono invece le leggi del linguaggio, non c’è nessuna speranza di identità per il soggetto. Lo statuto proprio del soggetto è la sua abolizione, e di conseguenza la psicoanalisi non è un’esperienza di mediazione».
[4] Cfr., J. Lacan, Il Seminario, Libro xx, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 73.
[5] Cfr., J. Lacan, Il Seminario, Libro xix, … o peggio [1971-1972], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2020, p. 177.
[6] M.-H., Brousse., Modo di godere al femminile, Torino, Rosenberg & Seller, 2021, p. 60.


