Mariangela Mazzoni- Partecipante SLPcf
Se nascere è separarsi per trovare il primo respiro, Emily, la protagonista di Absentia, cerca il suo respiro ancora e ancora. Come una ri-nascita che si ripete traumaticamente: Uscire dall’acqua, attraversarla e tirarsi in superficie, è il filo conduttore di tutte le tre stagioni che costituiscono questo thriller poliziesco e psicologico.
Mi sono chiesta il perché di questo rimando così invischiante e ripetitivo all’acqua. Una dei due autori della serie, Gaia Violo, siciliana e sceneggiatrice di successo a Hollywood, nel raccontare della sua esperienza di professionista che si fa strada in una realtà come quella americana racconta citando le parole di un suo docente ai tempi dei suoi studi universitari a Londra: “You are in the pool! Ormai sei in acqua, imparerai a nuotare nuotando”. L’intervista prosegue facendo riferimento al fatto che per scrivere si debba far emergere qualcosa delle proprie esperienze come in Absentia[1]. Dar voce a qualcosa che di viscerale ci abita per la Violo è alla base di un buon soggetto su cui scrivere.
Ma cos’è la scrittura se non un oggetto che si separa da noi. Un oggetto che da scarto qual è, diventa autonomo e vivo nelle mani e negli occhi di chi lo ri-legge. Il processo di separazione è qualcosa di inevitabile se si vuole poter parlare, poter dire qualcosa di sé agli altri e al mondo. Emergere dal fluido invischiante ma anche avvolgente e forse per certi versi confortante, della natura e parlare è divenire soggetto. È un atto che producendo una perdita, uno scarto, dona respiro e parola a chi lo innesca. Emily sparisce per sei anni, scompare e quando riappare, ricorda costantemente l’attimo in cui cerca il respiro fuori dall’acqua. La sua storia inizia da qui. Sarà una storia di ricostruzione rivolta all’esterno di sé stessa, all’incontro con l’altro dell’amore e quindi all’altro vitale.
Il soggetto si istituisce in due tempi per Jacques Lacan: tempo uno è l’alienazione e il tempo due la separazione. Alienarsi appunto, alla catena significante è il tempo uno. Ma questo primo tempo non basta a produrre il soggetto che, se restasse qui, sarebbe assoggettato alla catena del linguaggio ma non avrebbe ancora modo di “dirsi”[2]. Il secondo tempo arriva a produrre un movimento che lo mette in relazione al desiderio dell’Altro, è il movimento di separazione. Tale movimento lascia il soggetto alla ricerca di qualcosa che lo possa dire, ma anche che lo possa soddisfare in qualche modo: Che sono per te? Che posto occupo?
Prendere la protagonista di questa storia e seguirla nelle tre stagioni della serie, è stato come ascoltare un racconto con una morale da scoprire, una lettura che trova uno schermo su cui mostrarsi. Osservare un sapere che prendeva forma e anche, separandosi, distanza.
[1] Disponibile qui: Gaia Violo, Hollywood al master Unicatt | Secondo Tempo.
[2] Cfr., J. Lacan, Posizione dell’inconscio[1964], in Scritti , a cura di G. Contri, Torino, Einaudi, 1966.


