Michela Re – membro sotto condizione SLPcf
La parola separazione è composta dalla particella se-, che indica la divisione e la distanza, e paràre che significa disporre, quindi letteralmente “disporre a distanza”. L’etimologia mostra come la separazione non metta in gioco solo la rottura del legame, ma introduca una distanza che pone ciascuno in posti diversi.
È proprio questo significato originario che richiama la prospettiva psicoanalitica: nella separazione non si tratta solo di interrompere un legame, ma di fare spazio al desiderio di ciascuno e di modificare il rapporto con il proprio godimento e con il posto che l’altro occupava Con Jacques Lacan, si può affermare che «non c’è rapporto sessuale»[1]: non esiste cioè una scrittura che garantisca la complementarità tra i sessi o tra due soggetti. Per questo la separazione non coincide semplicemente con la fine del legame, ma riguarda il modo singolare in cui ciascuno è preso nel proprio godimento. Per godimento non si intende qualcosa di trasgressivo, di un comportamento che va limitato dalla Legge, ma piuttosto come ciò che è strutturante per il parlessere, «che si colloca a livello dell’inconscio»[2].
Con Lacan la separazione è un’operazione simbolica che permette al soggetto di collocarsi rispetto all’Altro, di assumere una propria posizione singolare. Si può notare come il bambino, dapprima alienato nel campo dell’Altro, nel discorso e nei significanti dei genitori, possa separarsene quando scorge in loro la mancanza, quando coglie che non può colmarla e che il desiderio dell’Altro resta enigmatico. Le operazioni di alienazione e separazione, che Lacan tratta nel Seminario XI, strutturano il soggetto e si collocano in particolar modo nell’infanzia, quando il bambino viene al mondo in un bagno di significanti e, a mano a mano, può prenderne una certa distanza. Cosa accade per il bambino quando, alle prese con queste operazioni, si ritrova incastrato nella separazione dei genitori tra di loro?
Nelle separazioni di oggi, spesso la coppia si separa, ma il legame continua a operare. La coppia si scioglie sul piano giuridico o nella vita quotidiana, ma il legame persiste sotto altre forme: accuse reciproche, conflitti interminabili, richieste di riconoscimento che non trovano mai soddisfazione, battaglie legali. Questa difficoltà appare in modo ancora più evidente quando nella coppia vi sono dei figli, che si trovano inevitabilmente presi nella dinamica del conflitto. Si tratta di effetti che emergono quando la separazione tra i partner non riesce a simbolizzarsi e va al di là delle intenzioni di “usare” il figlio contro l’altro genitore, come spesso si ascolta nelle accuse reciproche degli adulti. Quando il bambino è chiamato a occupare un posto troppo preciso nel desiderio del genitore — difensore, alleato, sostegno, confidente — lo spazio per la propria separazione diventa più difficile da costruire.
È forse a partire da questo punto che la psicoanalisi può offrire un contributo: non tanto nel dire come dovrebbe essere una buona separazione — posizione estranea alla prospettiva psicoanalitica — ma nel permettere che ciascuno possa interrogare il proprio posto nella storia che ha costruito con l’altro, aprendo uno spazio in cui il soggetto possa assumere qualcosa del proprio desiderio. Solo a questa condizione possono aprirsi per il figlio delle possibilità di trovare la propria posizione soggettiva, senza essere più chiamato a sostenere un genitore o il loro legame.
[1]J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 13.
[2]J.-A. Miller, C’è, non c’è, in Non c’è rapporto sessuale, a cura di J.-A. Miller, Rimini, Panozzo, 2025, p. 26.


