Monica Vacca – membro SLPcf e AMP
Separare viene dal latino separatio-separationis, composto dalla particella se, che indica divisione, e parare (predisporre, approntare). Si tratta dunque di predisporre una divisione, di scompagnare, di spaiare, vale a dire dividere cose o persone unite, congiunte. La divisione nel separare crea, genera del nuovo. Separarsi oggi? Una questione che implica un aspetto del disagio della civiltà contemporanea. In un mondo sempre più veloce e polarizzato, i legami sociali si evitano, si stringono, si disfano, si distruggono generando violenza e odio. Il tempo si congela dentro le quattro mura domestiche da cui ci si collega in rete per vivere una vita virtuale attaccati ai vari dispositivi: si scrollano immagini nei social, si dialoga con l’intelligenza artificiale per trovare la risposta a tutto e su tutto. Una sorta di addiction spinge a evitare il contatto con l’altro. Il disinserimento dal legame la fa da padrone. L’isolamento non solo dilaga, ma è anche un tentativo di tenere a bada l’altro, il proprio corpo, e un modo per separarsi nel reale. Si manifesta un paradosso: da un lato assistiamo all’ascesa del separarsi nel reale, dall’altro a un impossibile a separarsi.
Nelle relazioni intime e amicali si tenta da un lato di trovare il match perfetto e, passando da uno all’altro, si consumano i partner/amici come oggetti; dall’altro, quando si pensa di aver trovato il match giusto, i legami si stringono in una fusione nel tentativo di fare Uno. Quando l’unione, la fusione della coppia narcisistica, sia in campo amicale sia in ambito sentimentale, si spezza, il mondo cade in pezzi, si frantuma. Quando l’altro sparisce, il soggetto svanisce e resta solo nella derelizione in preda a una angoscia panica. L’angoscia senza nome si tramuta in agiti che conducono al peggio. La separazione dall’altro, sempre più spesso, diviene un impossibile da sopportare. Tagli sul corpo, stalking, aggressioni, accoltellamenti, uso di sostanze… sono tentativi estremi di trattare il dolore cortocircuitando la parola.
È lecito chiedersi come rispondere quando vengono a bussare alla nostra porta soggetti disinseriti e in preda al silenzio della pulsione che li spinge al peggio. Per dirla con Freud, occorre aprire la porta del dire per arrestare l’agire, si tratta di passare dalla separazione nel reale alla separazione nel simbolico attraverso la parola. Una parola che crea un nuovo legame con l’Altro e che tenta di mordere la pulsione per trattare l’impossibile da sopportare. L’incontro con un analista è un modo inedito per separarsi dalle parole dell’Altro, parole che inchiodano a un destino e spingono alla ripetizione dello stesso. L’esperienza analitica mostra che la separazione è vitale e necessaria per aprire la strada al desiderio e introdurre un più di vita.


