Simone Barbagallo – membro sotto condizione SLPcf
La persona che bussa allo studio dell’analista, chiedendo di esservi ammessa come paziente, sviluppa un discorso sulla propria sofferenza. Un discorso in prima persona, che si svolge a partire da un io che pensa, che sa chi è e ciò che vuole. Un io che afferma, nega, argomenta, ribadendo il proprio protagonismo, finché…
«Ho detto questo?!», esclama stupito: «Ma che significa? È una stupidaggine!».
Un improvviso inciampo disfa la trama del discorso, suscitando un effetto di sorpresa. Una parola dissonante rispetto allo spartito che si stava eseguendo stona, rompe il ritmo, disturba.
E tuttavia, dice Jacques Lacan: «È con queste stupidaggini che ci accingeremo a fare l’analisi, e che entriamo nel nuovo soggetto, il soggetto dell’inconscio»[1].
Anziché rabberciare la divisione che il discorso stesso apre nel cosiddetto paziente, la psicoanalisi la approfondisce, scoprendo così un dire che non coincide con l’intenzione cosciente che pure lo aveva promosso. La parola su cui s’interrompe il senso del discorso inaugura un dire nuovo: si tratta dell’evidenza di una soglia oltre la quale si colloca l’urgenza di un discorso altro, che si schiude precisamente attraverso quella parola, quella frase il cui senso si è dissolto nell’atto stesso di pronunciarla.
Il risuonare dell’ambiguità del significante, irriducibile all’univocità chiara del significato che s’intendeva esprimere, separa il detto dal senso che gli era supposto. L’eccedenza del dire rispetto a ciò che si vorrebbe dire spodesta l’io dalla posizione di protagonista del discorso per aprire a un’altra scena. Laddove l’apparente assurdità di una parola fuori posto scippa il discorso del suo senso, l’aspirante paziente può separarsi dalle proprie intenzioni: nell’interferenza che perturba l’ordine e la coerenza di ciò che si dice, fa capolino il soggetto dell’inconscio. Dal buco scavato nel discorso cosciente, infatti, emerge un soggetto che, nell’estraneità delle “stupidaggini” che s’insinuano nel discorso, scopre piuttosto una paradossale intimità.
Parlare prima di pensare, parlare senza sapere quel che si dice, dirlo in qualsiasi maniera: l’invito all’associazione libera è un invito a disobbedire a regole prestabilite nell’articolazione del discorso. Di fatto, come chiarisce Lacan nello stesso passaggio del Seminario XX, è un’esortazione a dire stupidaggini. Il dispositivo analitico mira a mettere in moto l’inconscio, perché all’interno del transfert questo si possa dispiegare trovando un ascolto che riveli, negli equivoci in cui l’io si confonde, la non identità del soggetto, la sua divisione.
Separarsi dalle proprie rappresentazioni identitarie accogliendo il proprio spaesamento come possibilità di aprirsi al nuovo di una parola non prevista, è il primo passo con cui in una psicoanalisi, congedandosi dalle pretese universalizzanti delle psicoterapie volte al ben-essere, si genera l’occasione inedita di un ben-dire singolare.
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 21.


