Marika Soricone – Membro sotto condizione SLPcf
È forse proprio questa interdizione strutturale che l’epoca contemporanea tende a eludere, promuovendo un accesso al godimento senza scarto e il sintomo contemporaneo ne porta il segno. Non più portatore di un senso inconscio da decifrare, segno di divisione soggettiva, rimozione e mancanza-a-essere. I nuovi sintomi – dipendenze, anoressia, binge eating, attacchi di panico, fenomeni di corpo – sembrano rigettare la dimensione del desiderio e della dialettica con l’Altro, presentandosi come fenomeni di godimento, di un godimento autistico, mortifero, fuori senso. Infatti, non chiedono di essere interpretati, ma, nella loro dimensione spesso olofrasica, testimoniano piuttosto un cortocircuito tra il soggetto e il proprio godimento. Potremmo forse dire che non è un sintomo che parla, ma un sintomo che “si gode”.
Per Jacques Lacan la separazione è correlativa all’istituzione della mancanza: il soggetto si costituisce a partire da ciò che perde. Il Nome-del-Padre, operatore della castrazione simbolica, garantiva che tale perdita fosse non solo possibile, ma strutturante. Separarsi voleva dire, in questo senso, accedere a un ordine in cui il desiderio poteva articolarsi sullo sfondo di un limite.
Con l’indebolimento del Nome-del-Padre, viene meno la funzione capace di sostenere tale limite e regolamentare il godimento.
Se Freud rintracciava la rinuncia pulsionale nella civiltà, il discorso contemporaneo delegittima il limite, producendo nel soggetto non la sua liberazione, ma l’esposizione all’angosciante godimento senza bordi. Alla rinuncia pulsionale si sostituisce il Super-io che ordina: “Godi!”.
Assistiamo a un viraggio dal dire al fare (o al mostrare), dall’ Ideale dell’Io all’ Io Ideale, dal desiderio al godimento, dalla mancanza all’evitamento della perdita, dal legame con l’Altro simbolico al godimento senza l’Altro.
Come spossiamo quindi collocare oggi la separazione nell’epoca dell’Altro che non esiste, in cui il luogo dell’Altro è segnato dall’inconsistenza?
Le difficoltà nella separazione del soggetto non sembrano più riferibili alla perdita come mancanza, piuttosto a un’incapacità di iscrizione della perdita. Egli non è più confrontato con la perdita quanto alla sua impossibilità, alla possibilità di farne qualcosa. Perdita che non sembra trasformarsi in mancanza, sul versante simbolico della castrazione, ma che sembra riferirsi a un elemento di reale.
Dal tempo dell’Altro che limita a quello del godimento che insiste senza Altro, separarsi, allora, non è più solo accettare una perdita, ma ritagliare un margine rispetto al godimento. In questa prospettiva, la direzione della cura si propone di operare come taglio che favorisca uno scarto, lì dove il godimento tende a chiudersi su sé stesso. Un’apertura come condizione essenziale affinché possa riattivarsi una dialettica con l’Altro e un’interrogazione sul versante del desiderio.


