Carlo Iacomussi- Partecipante SLPcf
Nel titolo del prossimo numero “separarsi oggi?” c’è un’implicazione precisa: separarsi da chi? Da cosa? Il termine “separare”, dal lat. sepărare, comp. di se- «a parte» e parare «fare, approntare», assume il significato di dividere, disgiungere persone o cose vicine o contigue, mescolate, materialmente o spiritualmente unite. Quale migliore separazione, dunque, di quel guazzabuglio costituito dal legame tra gli uomini, dal rapporto di ciascuno con il prossimo, il Nebenmensch, dove si mescolano in modo intricato aspirazione al bene, ricerca della felicità e anche il nucleo terrificante di quella spinta all’aggressione e alla distruzione che caratterizza la pulsione di morte?
Lacan nel Seminario VII approfondisce il noto comandamento evangelico “Amerai il prossimo tuo come te stesso”, un comandamento di fronte al quale lo stesso Freud arretra, si ferma considerandolo inumano.
Lacan commenta il famoso episodio di San Martino, un soldato romano, che vedendo per la strada un uomo ricoperto di stracci, quasi completamente nudo, strappa metà del proprio mantello per donarlo al povero.
Lacan mette in dubbio questo gesto di carità. Sottolinea che il gesto assume il carattere di una “spartizione” –offrire la metà del proprio mantello – di un dividere legato però al soddisfacimento di un bisogno, quello che il povero si ripari dal freddo e dunque a una logica utilitaristica.
In realtà, San Martino, con questo gesto, pone un velo per non vedere di più, arretrando di fronte al proprio godimento. Può sembrare un paradosso quello di arretrare di fronte al godimento. Eppure, è proprio così. Si arretra davanti all’aggressività inconscia che contiene, al nucleo di quella distruttività che abita la pulsione, con ciò che interpella costantemente nella nostra esperienza, soprattutto analitica.
In altre parole, «Recedo dall’amare il mio prossimo come me stesso in quanto all’orizzonte in tale prospettiva c’è qualcosa che implica non so quale intollerabile crudeltà. In questa direzione, amare il mio prossimo può essere la via più crudele»[1].
Su questo orizzonte, si può, tuttavia, ravvisare il senso di ciò che Lacan intende per “separazione”, come un non arretrare di fronte all’orrore del proprio desiderio e godimento, rimanendo sul limite di questa visione orrorifica.
Separarsi oggi, si configura come il solo rimedio a una carità che vela il vero e a una distruttività che sfugge al controllo come ci mostrano le immagini televisive di corpi dilaniati dalle bombe, vittime di guerre insensate.
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi [1959-1960], a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2008, p. 229.


