Giovanna Maria Mannarà – Partecipante SLPcf
La separazione non rimanda solo alla rottura di una relazione o all’isolamento emotivo. Non indica solo un movimento di esteriorità che rinvia a prendere le distanze, a differenziarsi. Rimanda anche alle due operazioni di causazione del soggetto, alienazione e separazione, che includono una perdita. Attraverso la pulsione, là dove c’era il soggetto vuoto, viene l’oggetto perduto. Si tratta dell’equivoco del se-parare e del generarsi.
Il processo di separazione introduce quell’oggetto «la cui realtà stessa è puramente topologica […] attorno al quale la pulsione fa il suo giro […] l’oggetto a»[1]. Si aggiunge un nuovo legame all’Altro, un Altro già barrato, con la caduta delle identificazioni che occupavano il posto del “non c’è” e del “non tutto”. Questa lettura assume ancora più interesse per l’epoca contemporanea, dove la porta dell’interrogazione soggettiva è tenuta serrata e i corpi sono spinti a colmare la mancanza in un’insaziabile moto al plus-godere. Eppure l’essere umano potrebbe incontrare un’intima frattura che può condurlo a bussare alla porta di un’analista e a trattare il godimento attraverso il simbolico, a sperimentare un trattamento della causa sessuale. Oggi come in passato, a partire dal battito S1 – S2 introdotto dalle sedute, entra in gioco un tempo logico i cui effetti si colgono in aprés coup.
Quando nel filo del soggetto supposto sapere, perno del transfert, accade che ci si rivolga all’analista sotto la forma della domanda e che l’interpretazione prenda di mira l’oggetto causa, allora la separazione fa coppia con l’alienazione in quanto ne è l’effetto. L’analista rivolgendosi al soggetto del linguaggio avvia a una separazione, si producono dei resti dal discorso. E più il soggetto produce, più il soggetto viene posto in perdita, valorizzando la traccia del godimento sul corpo piuttosto che il senso. Riguarda, per esempio, l’esperienza del sognatore, con il suo movimento inconscio di freudiana memoria, dove si coglie il processo di svestizione dalle identificazioni che hanno fatto da difesa da quel reale che ottura il vuoto. Una svestizione che consente di bordare l’ombelico del sogno, ossia il limite ai giochi di senso. L’analizzante procede associando la scena ai frammenti prelevati dalla vita quotidiana e, per effetto retroattivo, ai significanti marchianti che si sono staccati dalla catena e che si sono singolarizzati. Procede sino al generarsi di un oggetto che assume la nozione stessa di oggetto perduto. Alla mancanza del significante, l’operazione della separazione introduce l’oggetto piccolo a che sostituisce al soggetto il corpo vivente, il corpo sessuato. Ecco come si va a configurare il trattamento del reale attraverso il simbolico. L’oggetto a si stacca e prosegue il lavoro di scavare le vie affinché la pulsione possa fluire in modo meno mortifero.
[1]J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi [1964], Torino, Einaudi, 2003, p. 252.


