Marta Palmosi – Psicoterapeuta, Diplomata Istituto Freudiano
Jacques Lacan nel 1973 afferma che «il non cessa di non scriversi […] è l’impossibile»[1] e, in effetti, la non-scrittura del reale continua ininterrottamente a manifestarsi … nel corpo.
Costretto a un difetto fuori simbolico, di un non-possibile a dirsi che rimane strutturalmente al di fuori del linguaggio, il corpo tratteggia un punto opaco che nessun simbolico potrà mai afferrare.
L’etimologia del sostantivo “difetto” ha il suo significato in “mancanza”, “scarsità”, “imperfezione”. Appare interessante come, invece, in francese tra i vari significati, compare faute, termine che rivela una sfumatura ambigua posizionandosi tra l’errore, lo sbaglio e la colpa, sottolineandone l’implicazione soggettiva: il reale del corpo si appella a noi chiamandoci per nome, uno per uno, senza la nostra volontà.
È possibile separarsi dalla colpa di un corpo difettoso, mancante, non generativo?
Il discorso scientifico ha sviluppato una nuova pratica in merito, una possibile soluzione che si presta a fare tappo su questo difetto costituente, strutturale del corpo.
La Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) si configura come un insieme di pratiche mediche con lo scopo di aumentare le possibilità di concepimento, consentendo a coppie con problematiche relative all’infertilità o alla sterilità, una possibile gravidanza attraverso la manipolazione di ovociti, spermatozoi e, infine, embrioni.
Secondo il report annuale del Ministero della Salute, in Italia l’infertilità accelera la sua drammatica corsa e, contemporaneamente, l’Istituto Superiore di Sanità rende noto che le richieste di percorsi di maternità attraverso la PMA, sono aumentate di due volte dal 2005 al 2022.
La PMA appare come una formula magica, un abracadabra che presta la sua magia a questa manifestazione dell’impossibilità attuale, pronta a mettere a tacere il non-scrivibile, tentando (illusoriamente) di forcluderlo con la promessa di restituire una garanzia simbolica del generare.
Nella nostra epoca, solcata così intimamente da una tecnologia che la precede, in un momento storico in cui il discorso della scienza si prodiga a sigillare un impossibile biologico, alienando il soggetto in protocolli, tentativi e cicli, come separare il voler un figlio da uno scivolamento ‘del figlio a tutti i costi’? Come può essere il ‘difetto’, una colpa del non averne?
Tra i social, esistono gruppi di neo-mamme PMA o aspiranti tali, impegnate a condividere la propria esperienza, barattando consigli o supporti di ogni tipo, alleandosi in ogni forma letterale: ICSI, FIVET, IUI, PO, PM, PGT-A, PGT-M, IVF diventano sigle significanti, testimoni di una relazione spezzata con il simbolico che urge di essere ascoltata.
Nella clinica attuale, è possibile costruire una trama simbolica sul buco, sulla frattura soggettiva causata dall’infertilità? Come intrecciare il corpo difettoso e la parola? Come stare su questa voragine che resiste a ogni simbolizzazione?
[1]J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p. 89.


