Tiziana Incardona – Diplomata ISdSF di Catania
L’assenza dell’altro, più che la sua presenza, diventa oggi il punto in cui il legame è messo in questione e deve essere nuovamente pensato.
La possibilità tecnica di una risposta immediata ha introdotto una norma implicita di reperibilità continua. La connessione permanente trasforma l’accessibilità in aspettativa. In questo contesto, l’assenza non scompare, ma cambia statuto: non è più semplice distanza, ma scarto rispetto a una promessa di presenza.
Nei suoi lavori sulla tecnoscienza, François Ansermet[1] mostra come l’estensione del possibile tecnico modifichi il rapporto del soggetto con il limite. Quando aumenta ciò che è tecnicamente possibile, diventa più difficile tollerare ciò che non lo è. Ciò che può essere fatto tende a diventare ciò che deve essere fatto. Se una risposta può arrivare subito, allora deve arrivare. Il possibile si trasforma così in obbligo silenzioso, e il ritardo è vissuto come mancanza.
In questo contesto, l’indisponibilità del soggetto interpellato produce un vissuto di ambiguità in chi attende. L’intervallo tra domanda e risposta, che struttura la separazione come scarto tra i tempi del desiderio, è compresso dalla logica della simultaneità. Il tempo soggettivo fatica a imporsi; quando riappare, è vissuto come rifiuto.
Nella pratica clinica si osserva come brevi ritardi possano generare catene interpretative rapide: il silenzio viene subito riempito di significati che riguardano il proprio valore per l’altra persona. Non è l’assenza in sé a produrre angoscia, ma la difficoltà a sostenere l’opacità della latenza senza colmarla.
Il silenzio non appare più come semplice limite simbolico; diventa segno di esclusione o svalutazione. In un ambiente che promette accesso costante, la non risposta è letta come scelta contro il soggetto, non come espressione di un tempo proprio o di un desiderio non sincronizzato.
Si produce così un misconoscimento della libertà soggettiva: il diritto a non essere subito disponibile, a sottrarsi, a non coincidere con l’attesa che lo convoca. La separazione non è abolita; diventa però più difficile da tollerare.
“Separarsi oggi” non significa soltanto rompere un legame, ma restituire valore all’intervallo. È proprio in un mondo che trasforma il possibile tecnico in obbligo relazionale che la non reperibilità dell’altro dovrebbe essere intesa non come difetto della comunicazione, ma come segno della sua alterità. L’angoscia indica il punto in cui questa alterità diventa difficile da sostenere. Forse separarsi oggi significa questo: riaprire uno spazio in cui l’altro possa non rispondere, senza che il silenzio diventi colpa.
[1] Cfr. F. Ansermet, La fabrication des enfants. Un vertige technologique, Paris, Odile Jacob, 2015.


