Emanuela D’Alessandro- Membro SLPcf e AMP
Quando incontro F. per la prima volta, la ragazza lo ha appena lasciato. Per mesi penserà a lei con nostalgia, soffrendo il fatto che lei non risponda alle sue richieste di incontrarsi per un’ultima volta per chiudere, a suo dire in modo degno, la loro relazione.
L., settant’anni, non riesce a dimenticare il suo ex compagno che la ha “abbandonata” da un giorno all’altro. Da allora ne è ossessionata: dice di “stalkerarlo” sui social e, sebbene quando stavano insieme lui la trattasse “come l’ultima ruota della sua vita” e sia sparito, “gettandomi via come uno straccio vecchio”, continua a sperare che ritorni e a pensare a lui. “Dottoressa, mi liberi da questo chiodo fisso!”.
Piangendo a dirotto M. spiega che il suo compagno, una relazione a distanza, non le risponde più alle chiamate e ai messaggi dopo una discussione in cui le dice di voler mettere in pausa la loro relazione. Lei continua incessantemente a scrivergli e telefonargli, pur sapendo che non avrà risposta alcuna. Non avere più sue notizie la getta nell’angoscia.
P. invece dice: “non so lasciare”. Si ripetono nella sua vita relazioni che limitano la sua libertà, ma non riesce mai a dire la parola fine, trascinandole fino a che si logorano e la chiusura avviene per esasperazione da entrambe le parti.
Ancora diversa la storia di S., adolescente in cura per anoressia: appena un ragazzo manifesta interesse verso di lei, nel momento di “arrivare al dunque”, immancabilmente lo “ghosta”, non rispondendo più ai suoi messaggi. Ne soffre, si chiede perché non riesca a darsi una possibilità nelle relazioni amorose.
Le separazioni, oggi, sembrano essere sovente un evento di rottura radicale: agiti da un soggetto che “sparisce” e fa precipitare l’altro nell’angoscia. Più spesso vengono a parlarci questi ultimi, ma anche i primi talvolta si interrogano sul proprio agire.
Nella contemporaneità qualcosa del taglio separativo non passa per il simbolico: è uno strappo senza parole per dirlo, un evento dalla portata del reale.
Credo che l’era digitale favorisca questo fenomeno. Siamo ormai abituati alla velocità delle comunicazioni e interazioni con social e app che azzerano l’implicazione del corpo: il virtuale, lo schermo, media ogni rapporto.
In questo clima disincarnato anche decidere di separarsi appare più semplice: basta scrivere e inviare il messaggio o direttamente “sparire”, rendersi virtualmente irreperibili. Inoltre, grazie ai vari espedienti di app e social, se non si desidera più essere interpellati, si può “bloccare” l’altro, togliendogli ogni possibilità di interazione.
Gli effetti di tali nuove forme di comunicazione virtuale si sentono nell’angoscia e nei sintomi di corpo di chi viene a parlarci: il lavoro di elaborazione del lutto è complesso.
L’ analisi può dare quelle parole, quel simbolico che dia un bordo e circoscriva la perdita, laddove il partner ha lasciato una voragine incolmabile. Il soggetto può ritrovare la propria posizione desiderante, uscendo dalla posizione freudiana in cui «l’ombra dell’oggetto cadde così sull’ Io»[1] e dalla posizione di vittima.
[1] S. Freud, Lutto e melanconia [1915], in Metapsicologia, in Opere, Torino, Boringhieri, 1976, vol. 8, p.108.


