Carlo Flamini – Allievo Istituto freudiano Roma
Vorrei prendere il significante “separarsi” dal lato dello schema di Jacques Lacan di alienazione e separazione per parlare di quell’atelier, il primo, messo in gioco nella pratique à plusieurs, inventata da Antonio Di Ciaccia nel 1974 sulla base di una scommessa clinica precisa: anche il bambino autistico, è nel linguaggio. Si tratta di una verifica che prende corpo nella pratica quotidiana all’Antennina 00102, la comunità residenziale di Bracciano che ospita e lavora con 10 bambini autistici secondo le modalità della pratique à plusieurs, e che trova nella riunione di parola uno dei suoi dispositivi fondamentali.
Nel testo Produrre il soggetto? Jacques-Alain Miller si interroga sulla produzione del soggetto nella scelta della psicosi: una scelta impensabile di un soggetto che fa obiezione alla mancanza-a-essere e si oppone all’alienazione significante, ipotizzando una separazione “falsa”, ai limiti della sua produzione, che fa scacco alla metafora paterna. In effetti, stando vicino a un bambino autistico, si è alla presenza di un lavoratore incessante. «Il soggetto deve emergere dal vivente […]. È tutta una questione del detto da cui consegue il soggetto»[1].
Qual è allora il fine di una riunione di parola con persone che non parlano ma sono prese da incessanti stereotipie? Per dirla alla Virginio Baio, non si tratta di produrre senso né di ottenere una comunicazione riuscita, ma di operare da almeno due coordinate.
Da un lato, fare posto al soggetto: prendere ciò che il bambino porta come qualcosa che conta. La parola può passare di mano, essere presa o scagliata via; anche il silenzio è rispettato come forma di parola. Dare la parola non serve a capire o interpretare, ma a testimoniare al soggetto che ciò che è stato prodotto è arrivato fino a noi e che viene accolto in tutta la sua importanza, come si farebbe con chiunque. Un esempio concreto: se una collega, Martina, chiede di essere chiamata Marta, viene presa sul serio; se un bambino dice di chiamarsi Thomas come il trenino, perché correggerlo? La riunione offre un posto, come un dono, senza obbligo; sta al bambino decidere se prenderlo oppure no. Nel far questo, la parola degli adulti deve restare viva, incarnata, attraversata da un desiderio.
Dall’altro lato, ci siamo accorti che parlare dei bambini, includendo difficoltà e impasse, produce un effetto: ciò che emerge come eccesso trova un posto e un discorso che può bordarlo. Si cerca di costruire progressivamente un discorso sul bambino, nella modalità del racconto, articolando il presente con quanto ci hanno raccontato i genitori e i servizi. Si porge una narrazione, facendola girare tra di noi. Si offre così al soggetto la possibilità di emergere attraverso la propria storia, di dare corpo, per separarsi, a ciò che torna come un’effrazione, collocandolo in una trama temporale che gira intorno a ciò che resta di indicibile.
J.-A. Miller, Produrre il soggetto? in I paradigmi del godimento, a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Astrolabio, 2001, p.167.


