Alberto Moncada – Mediatore culturale, Responsabile dello Sportello Sociale per i Diritti Umani presso l’Ospedale ARNAS Civico di Palermo
Ascoltare, si sa, non è un atto passivo, è, solo a un tempo, l’atto del prestare orecchio, così come indica l’etimo, un sentire attento, profondo: un auscultare. Prima ancora che l’altro, il parlante stesso riascolta il proprio enunciato, ma immerso com’è, nel flusso del proprio dire, solo per mezzo del riascolto su questo può soffermarsi, lo interroga, lo ripete, lo reinterpreta. L’ascolto consente così, a un tempo, la catalisi del significare. Ascoltare appare essere un processo di analisi semantica prima che ermeneutica: ritornare sul detto permette di attraversare la eco del proprio enunciato, di attenuare il riverbero dei significanti usati, mirando a una espressione massimamente significativa. In questo movimento, l’oggi rappresenta non già il tempo in cui il soggetto nomina, quanto piuttosto il luogo in cui un dire si contestualizza. Gli effetti del riascolto e del ritorno sul senso, smarcati dall’effimerità del tempo in cui le parole sono pronunciate, aprono al tempo di una prima interpretazione. L’oggi è così nulla più che l’avverbio deittico nella grammatica del discorso, lo sfondo scenografico in cui un qualcosa è detto.
Così come il dire, solo a un tempo, è un dire rivolto all’altro -perché quanto detto sia ascoltato- così anche il domandare è un domandare che solo a un tempo attende una risposta. Non già il dire, ma il dire riascoltato dal parlante figura un godimento -sì che ogni parola è la talea dalla quale dell’altro può significare- e con questi il silenzio stesso, nel tempo del riascolto, esprime ora il non dire ancora nell’attesa di riuscire a dire, ora l’intenzione di non voler dire affatto. Ascoltarsi integra il dire, vi si incorpora, in un andirivieni di parole pronunciate o soltanto pensate, ma sulle quali si torna per il tramite di un ascolto, capace di restituire un senso altro al detto. Così, per esempio, l’anelata verità da conquistare a guisa dell’insostenibile vulnerabilità con cui stare; e così anche un affaticato lamento è al più un affettato «là: mento». Il tempo della comprensione dilaga oltre i limiti dell’oggi, ma questo restituisce, cionondimeno, una qualità temporale al discorso: il da oggi.
Un dire rivolto a chi? A chi sono destinate le parole pronunciate? In questo, il dire riascoltato non pone il soggetto all’interno di una relazione dialogica, ma dialettica. Le parole dette non esprimono già il significato: esso soggiace, si insinua, si contrae sotto la superficie delle parole, chiedendo un lavoro profondo in cui il processo interpretativo dell’ascolto esilia l’altro che ascolta. Il dire, qui, inter-dice letteralmente l’ascolto dell’altro: questi è lontano, oscurato al crepuscolo del discorso e con questo interdetto dall’accesso al senso al pari del soggetto stesso. L’altro assume qui, nell’atemporalità dell’enunciato, la responsabilità non giudicante di un ascolto ensinestetico, garantendo, nella temporalità del riesame del soggetto, la adattabilità di posizionarsi[1] a testimone simbolico.
[1] S. Vinci, Una via d’uscita per i soggetti migranti, “Rete Lacan”, 67.


