Fabio Galimberti – Membro SLPcf e AMP
L’evocazione è equivocazione e l’ascolto come lettura è assecondamento dell’equivocità del dire, affidamento al malinteso come via regia per l’inconscio. “Non te lo faccio dire” significa anche questo: te lo faccio leggere, così non ti affretti a correggerlo per riportare il suono delle parole al noto dei tuoi pensieri e puoi coglierci per te qualcosa di nuovo, lo zampino del tuo diavolo. Attraverso la funzione vociferina dell’analista l’analizzante può giungere ad ascoltare il rumore discorde della propria voce. È così che nell’ascolto può arrivare a incarnare la dissonanza da sé. Lacan lo propone come un fine dell’analisi: «dobbiamo incorporare la voce come l’alterità di quello che si dice».[1]
Lo stesso taglio della seduta credo vada in questa direzione di alterità nell’emergenza della voce: interrompe il dire piegato al voler dire, impedisce le sonorità attese, ostacola la restaurazione di un senso già sentito, presentito e consentito. Non si tratta di una novità qualsiasi, è una novità cui rinvia il discorso stesso dell’analizzante per la natura evocativa della parola, che per struttura si discosta dai significati precisi, coinvolgendone altri, più ampi, più articolati, più complessi. Parlare è un lapsus continuo, perché non governiamo mai la portata del nostro dire, anche quando sembriamo padroneggiare magistralmente una lingua. Le parole ci cadono in bocca, provengono da un luogo che non conosciamo, il luogo dell’Altro, lo chiama Lacan, e se le prendiamo nel loro accadere, possiamo cadere con loro, decadere da un modo ripetitivo di essere, cogliendo l’occasione di ripartire che un’analisi ci dà.
Per finire, possiamo riunire alcune letture che abbiamo dato del sorprendente «Non te lo faccio dire»: la responsabilità di ciò che dici è tua, leggi la tua ora, tua res agitur, trai delle conseguenze da ciò che hai detto, origliati, te lo faccio leggere, non ti faccio dire quello che sai, non faccio parlare chi pensi di essere. Così articolata, la posizione dell’analista come ascoltatore speciale è trasformativa. Per il locutore-udente parlare a un analista diventa autoperformativo, diventa farsi cose con le parole, perché parlare fa qualcosa al parlante stesso, diventa un’azione che il locutore esercita su di sé e non più soltanto sull’ascoltatore. Nella domanda avevamo un ampliamento e un rinforzo dell’identità, nell’informazione un contenimento dell’identità e nell’interrogazione una vacillazione e riduzione dell’identità. Nell’evocazione abbiamo uno svuotamento e una destituzione dell’identità, che consente al soggetto di scoprirsi altro e di ripartire ex novo. “Non te lo faccio dire” significa anche questo: non lo faccio dire a te, quel solito soggetto arcinoto che si prende per l’autore dei discorsi che fa. Io è un altro e l’analista è un corrispondente dall’estero, dal luogo dell’Altro dove abita il soggetto dell’inconscio. Nell’evocazione si può fare esperienza della propria alterità, dell’essere altrimenti, servendosi della «capacità ispirata di cambiare origliando se stessi»,[2] ossia realizzando attraverso l’altro un ascolto autoperformativo. Così la responsabilizzazione che si assume nell’analisi ha un doppio versante. “Sono stato io” è ammettere la propria implicazione, ma al tempo stesso è lasciarsi alle spalle “io”, esserlo “stato”, essere divenuto altro, che è la cifra dell’essere sé stessi. Questo possiamo realizzare nella dissonanza dell’ascolto analitico: che la voce è la nostra estraneità.
* Testo estratto da: F. Galimberti, Ascolto. L’orecchio tagliato dello psicoanalista, Orthotes, Napoli-Salerno, 2025, pp. 379-380.
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia [1962-1963], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2007, p. 300.
[2] H. Bloom, Il canone occidentale, I libri e le scuole delle Età [1994], tr. it. F. Saba Sardi, Milano, Mondadori, 2022, p. 82.


