Monica Vacca – Membro SLPcf e AMP
Basta un semplice click per iniziare a navigare in rete o un prompt giusto e preciso per interrogare l’intelligenza artificiale e siamo subito sommersi da diverse informazioni, consigli, proposte di corsi per imparare ad ascoltare e a parlare sia in privato sia in pubblico. Ascolto passivo, attivo, empatico… comunicazione efficace, parlare in pubblico, fare domande giuste… I professionisti dell’ascolto e della parola pullulano e si fanno concorrenza sul mercato: mental coach, health coach, psicologi, psicoterapeuti…
Jacques Alain Miller, sin dagli inizi del XXI secolo, evidenzia l’utilità sociale dell’ascolto e la sua diffusione in ogni dove, dalla scuola alle aziende. Si tratta di un vero e proprio dominio delle pratiche d’ascolto che danno un indirizzo preciso alle vite delle persone, uno strumento politico e sofisticato di potere e controllo, una vera e propria arma del discorso del padrone. In nome di un ascolto fondato sulla comprensione e sull’empatia si mira alle false promesse della salute mentale, del benessere e della felicità. All’orizzonte dell’ascolto empatico si intravede la possibilità di una relazione felice con l’altro orientata dalla comunicazione efficace che elimina qualsiasi malinteso. Viviamo in un tempo dove ciò che si dice è quel che si dice, dove viene meno lo scarto e la contraddizione che alberga nella parola. Siamo nell’era del diniego dell’inconscio che ha come contrappunto l’ascesa dell’auto-determinazione e dell’empowerment. “Io sono ciò che dico” è la nuova frontiera.
Oggi più che mai si impone la necessità di interrogare non solo il posto che occupa l’ascoltare ma anche il come si ascolta, il punto da dove si ascolta, e il come e da dove si risponde. Interrogarsi sull’ascolto implica fare il punto sulla funzione della parola e del linguaggio. Siamo esseri parlanti e parlati, corpi parlanti segnati e marchiati dalle parole dell’Altro, traumatizzati e affettati dal linguaggio. La psicoanalisi è un’esperienza inedita di parola. La parola di chi viene a bussare alla porta dell’analista, o nelle istituzioni orientate dalla psicoanalisi, prende corpo nel silenzio, lì si apre lo spazio al mistero che la abita. Si accoglie la parola, la voce di chi enuncia senza farvi ostacolo, senza ideologia, senza fini e obiettivi prestabiliti. Si tenta di far spazio alla contraddizione, di tener aperta la faglia tra ciò che si dice e ciò che si intende per far posto all’interpretazione. Dunque, si può dire con Miller, “non c’è ascolto senza interpretazione”. Una interpretazione al rovescio che sovverte e apre all’equivoco che alberga nel significante. La parola diviene atto, libera dalle catene dell’ascolto orientato dalla comprensione, tocca il corpo, facendo risuonare l’opacità e il malinteso strutturale.
Una risposta inedita, caso per caso, che tenta di annodare corpo e parola…


