Roberto Cavasola- Membro A.M.E. SLPcf e AMP
Nel corso del 1996-1997 Jacques-Alain Miller ed Eric Laurent avevano analizzato gli effetti della scienza moderna e del capitalismo sul sociale e sulla soggettività contemporanea. Miller tornerà sul tema della contemporaneità nel corso del 2002-2002, Il disincanto della psicoanalisi[1] affrontando i riflessi dell’epoca sulla psicoanalisi e sulla psicoterapia. Una cosa salta agli occhi: le pratiche di ascolto hanno avuto un vero e proprio boom, e tutti pensano che faccia bene essere ascoltati; ma è proprio l’ascolto in quanto tale a essere valorizzato, mentre il sapere che ci potrebbe stare dietro viene relativizzato, o addirittura viene guardato con sospetto. Il supposto saper ascoltare è diventato più importante del supposto sapere. Alcuni anni fa si sentivano delle persone affermare energicamente “io però vado da uno junghiano, non da un freudiano!” e viceversa; oppure “io però ho scelto la terapia famigliare!”; si aveva l’idea di scegliere un orientamento riferito a un sapere e a una certa formazione. Adesso si va dalla psicoterapeuta di un’amica “con cui lei si è trovata bene a parlare”, oppure si sceglie da un profilo internet, magari leggendo i commenti degli utenti. I titoli di professore e di psicoanalista vengono ormai impiegati senza che corrispondano più a qualcosa di preciso. Lo psicoanalista si trova nella paradossale condizione di dover giustificare la particolarità della propria pratica, come se si trattasse di qualcosa di un po’ strano, rispetto alla psicoterapia generalizzata.
Jacques Lacan, in anticipo sul suo tempo, in Televisione, aveva operato una virata decisa: dopo aver valorizzato il senso nel suo primo insegnamento, decisamente lo svalorizza, proprio in relazione a una domanda sulla differenza tra psicoterapia e psicoanalisi. La psicoterapia alimentando il senso alimenta una dimensione fantasmatica. Oppure lo psicoterapeuta può diventare la versione moderna del direttore di coscienza, che suggerisce le scelte da fare e le cose da evitare. Ma c’è qualcosa di più profondo nella valorizzazione dell’ascolto in quanto tale, con cui dovrà fare i conti anche lo psicoanalista silenzioso: è il transfert in gioco nell’ascolto in quanto tale a essere suggestivo. Nota infatti Miller: «è precisamente perché l’ascolto genera la ripetizione della domanda che suscita un effetto di suggestione. Nella misura in cui tale effetto non viene analizzato, ma usato, le pratiche di ascolto finiscono naturalmente in un rinforzo del discorso del padrone. Ed è ciò a cui stiamo assistendo ovunque: la generalizzazione delle pratiche di ascolto, che senza dubbio testimonia della incidenza massiccia della psicoanalisi sulla civilizzazione, ha come risultato il rinforzo, o il perfezionamento, del discorso del padrone […]. Anche se l’Altro non esiste, il discorso del padrone, lui, esiste»[2].
[1] Cfr. J.-A. Miller, Il disincanto della psicoanalisi, “La Psicoanalisi”, 33-40.
[2] J.-A. Miller, Présentation du thème des Journées de l’Ecole de la cause freudienne 2001, “Lettre mensuelle de l’ECF”, 193, p. 4. [trad.nostra].


