A cura di Silvia Morrone – Membro SLPcf e AMP
- Ascoltare oggi, in che modo ritroviamo questo tema nella nostra contemporaneità?
C’è un gran rumore, di discorsi e di immagini. Dalla TV ai social media, dai canali Youtube allo streaming, persino l’IA. Un forte rumore assordante, un bombardamento di parole e di immagini, immagini che mostrano ogni genere di violenza e di guerre. Un’analizzante – non tanto giovane – portava questo come un problema importante: non si può accendere la TV senza dover subire questo tipo di bombardamento auditivo e visivo…
Neppure i più giovani se la cavano bene in questa situazione. In seduta portano gli effetti del fatto di essere continuamente bersagliati da messaggi, oppure di non esserlo affatto (cfr. essere ghostato), o dell’impossibilità di sottrarsi al fascino degli schermi.
E in tutto questo enorme rumore rimane scarso posto per l’ascolto dell’altro e di sé.
Nell’ambito delle tecniche psi, la moda non è più tanto quella dell’ascolto (che è stata un’eredità della psicoanalisi), ma quella della direttiva. Gli psicoterapeuti, i coach, ritengono che il loro compito sia quello di rieducare e allenare, e per questo sono disposti a prendere una posizione padronale molto spinta, superegoica, utilizzando il linguaggio come uno strumento univoco.
Non c’è da sorprendersi, nella nostra epoca iper-capitalistica caratterizzata da una sollecitazione costante alla performance, al risultato, alla competenza, occorrono degli esperti capaci di adattare gli individui allo spirito dei tempi, dunque, che sappiano allenarli per una gara continua… una gara, però, contro sé stessi.
In tutto questo l’ascolto non ha più alcun valore, non si sa più cosa sia. E ancor meno l’ascolto per come lo intendiamo nella psicoanalisi lacaniana: l’ascolto del significante, non della ciancia. L’ascolto che ritaglia elementi del discorso, che fa risuonare una parola, che cerca di disegnare un bordo; un ascolto che è risposta, come dice Jacques-Alain Miller. Un ascolto che possa rimandare il parlessere a una sua varità.
2) C’è un rapporto fra l’ascolto e la psicoanalisi di Freud e di Lacan?
Sì, c’è un rapporto. La psicoanalisi nasce precisamente perché Freud mette in atto un ascolto particolare. Bisogna però dire che sin da quel preciso istante l’ascolto analitico è specifico, diverso da quello medico, filosofico, religioso. Ha una somiglianza con il dialogo socratico, ma se andiamo a vedere, anche quest’ultimo ha una sua specificità all’interno della filosofia.
Freud mette in atto un ascolto che prende il discorso del soggetto nella sua singolarità. Sin da subito possiamo cogliere nei suoi testi, dall’inizio alla fine, nei casi clinici che ha voluto pubblicare, che non è mai stato interessato all’aspetto universale del linguaggio, che è sempre presente quando parliamo. Freud si è interessato al discorso dei suoi pazienti, notando che i loro sintomi avevano un qualcosa di omogeneo in relazione ai loro discorsi, alle parole che dicevano, e anche che quelle parole non erano soltanto parole, ma che veicolavano dell’affetto. In breve, questo modo freudiano di accogliere e di trattare i sintomi nevrotici ha mirato ipso facto alla singolarità del soggetto, tramite il discorso.
In seguito, Jacques Lacan ha utilizzato la linguistica, la logica, la topologia, per interrogare l’esperienza analitica e soprattutto il posto dell’analista e del suo atto. In questo modo, ci ha lasciato degli strumenti, degli attrezzi – non un dogma – che sono serviti a lui per mostrare ogni volta cosa fosse una psicoanalisi e quale lo statuto del soggetto nella sua epoca, e che possono servire attualmente a noi con la stessa finalità.
Tutto questo ha a che fare con l’ascolto? Sì, se pensiamo l’ascolto come qualcosa che parte da una posizione e che non punta a comprendere o a dare senso, ma a leggere gli elementi in gioco nel discorso.
3) A partire dalla tua esperienza clinica in istituzioni di psicoanalisi applicata (Centro Psicoanalitico, Aletosfera), si tratta di mettere in campo l’ascolto?
Credo che la risposta si deduca da ciò che ho appena espresso.
Dal punto di vista etico e politico non c’è differenza tra la psicoanalisi pura e la psicoanalisi applicata, nemmeno rispetto alla strategia che è fondata sul transfert.
La posizione dell’analista, o del praticante, in un’istituzione di psicoanalisi applicata non cambia statuto rispetto alla sua posizione in un’analisi e dunque neanche il suo intervento, il suo atto.
La psicoanalisi applicata necessita della psicoanalisi pura, poiché non è una sua degradazione, ma l’applicazione del discorso analitico a malesseri, fenomeni sintomatici, che si manifestano in parlesseri mancanti d’interrogazione soggettiva, del tutto alienati al discorso dell’Altro, oppure scombussolati, disinseriti, confusi. La finalità non è la guarigione, ma la produzione del soggetto, cosa molto più preziosa della guarigione o dell’effetto terapeutico, che arriva in aggiunta.
Chi lavora in queste istituzioni ha una formazione analitica, fondata in primis sull’analisi personale in corso, portata avanti il più in là possibile, o conclusa, sul controllo della propria pratica e su una formazione teorica permanente, e ritiene che sia un valore far esistere il discorso analitico, che sia un valore per i soggetti umani, perché questo discorso li può scuotere da posizioni troppo mortificanti, nel rispetto della loro singolarità.


