Giovanni Riccardi –Psicoterapeuta- Partecipante SLPcf
La nostra è forse la prima epoca in cui la parola è ovunque e l’ascolto quasi da nessuna parte. Si parla continuamente: nei social, nei media, nella politica, nei flussi ininterrotti di commenti e prese di posizione. Ma questa proliferazione produce spesso un effetto singolare: più la parola circola, più perde destinatario.
«Le parole tra noi leggere cadono» scriveva Montale.
Oggi quella leggerezza sembra essersi trasformata in evaporazione. Le parole scorrono rapide, reversibili, consumate nell’istante stesso in cui vengono pronunciate. Restano esposte, raramente accolte. La velocità contemporanea non lascia tempo alla sedimentazione: tutto deve essere immediato, visibile, reattivo. Anche il silenzio diventa sospetto, quasi un’interruzione da colmare rapidamente.
La contemporaneità sembra così organizzarsi attorno a una parola senza attesa. Si parla prima ancora che qualcosa possa realmente prendere forma. La necessità di reagire, mostrarsi, commentare produce un discorso continuo che riduce sempre più lo spazio dell’intervallo. E senza intervallo l’ascolto si consuma. Non c’è più tempo per lasciarsi toccare da ciò che una parola porta con sé di enigmatico, ambiguo, irriducibile.
Anche il discorso politico contemporaneo appare segnato da questa logica. Dire tutto e il contrario di tutto non produce soltanto confusione: svuota la consistenza stessa della parola pubblica. Quando ogni affermazione può essere immediatamente capovolta, rilanciata o neutralizzata, chi ascolta finisce per non sapere più dove collocarsi. Non resta che il rumore. Un rumore che produce saturazione più che legame, esposizione più che incontro.
Eppure, forse, è proprio là dove l’ascolto non è garantito che può ancora accadere davvero. Nei luoghi in cui il soggetto non si aspetta di trovare qualcuno disposto a sostare accanto alla sua parola. Là dove parlare non coincide immediatamente con l’essere compresi, validati o rassicurati, ma conserva ancora qualcosa di rischioso. Perché ogni parola autentica espone il soggetto a qualcosa di sé che non padroneggia interamente. È per questo che ascoltare non può ridursi a una funzione passiva o tecnica: ascoltare è un atto. Un atto che implica il non sottrarsi alla parola dell’altro, anche quando essa si presenta frammentata, opaca o priva di garanzie immediate di senso.
In questo senso risuona con particolare forza la formula proposta da Guy Briole al Congresso AMP di Barcellona del 2018: quella di un “soggetto supposto interessarsi”. Una torsione decisiva rispetto al classico “soggetto supposto sapere”. Perché oggi, sempre più spesso, ciò che manca al soggetto non è qualcuno che sappia su di lui, ma qualcuno disposto a non sottrarsi alla sua parola. Qualcuno che possa sostenere, con discrezione, un interesse autentico lì dove il soggetto stesso non si aspetta più di essere accolto.
Per questo l’ascolto appare oggi quasi inattuale. Eppure, proprio per questo, necessario. Perché ciò che manca alla nostra epoca non è la possibilità di parlare. È la possibilità che qualcuno resti abbastanza presente da sostenere il peso di una parola singolare.


