Sara Bordò – Membro SLPcf e AMP
Il ritmo accelerato della comunicazione digitale contemporanea, l’influenza dell’IA, i termini presi dai videogiochi, la frenesia dell’ascolto velocizzato delle serie tv in fast forward, soprattutto nelle giovani generazioni, ha reso quotidiano l’uso di acronimi o formule che testimoniano di un particolare uso della sintesi attraverso degli anglicismi brevi e immediati, che sono entrati nell’uso comune e nei vocabolari.
L’ascolto dei giovani oggi ci fa scoprire nuovi significanti che possono dare l’illusione di descrivere qualcosa di molto complesso con una breve e fugace formula: così un racconto che potrebbe essere articolato attraverso numerosi significanti, con pause, sospensioni, interiezioni e domande o perifrasi, viene sintetizzato in un unico significante se non addirittura in un acronimo, spesso privo di vocali.
Gli stessi social più utilizzati dalle nuove generazioni hanno all’interno del loro nome un riferimento al tempo che va nella direzione di una sua restrizione e sempre maggiore velocizzazione.
Instagram nasce proprio dalla fusione di instant e telegram, richiamando l’idea di un telegramma istantaneo, che rinvia a sua volta anche all’istante, il più breve momento concepibile del tempo.
Tik Tok evidenzia già nel suo nome l’assonanza con il tic-tac dell’orologio che dal punto di vista linguistico è un’onomatopea temporale ed evoca il ticchettio del tempo, il suo scorrere rapido, dunque da Instagram a Tik Tok, dall’istante si passa al tic-tac, dove il tempo non solo si restringe e si accorcia ma preme e incalza.
Negli enunciati dei giovani oggi domina un largo uso di espressioni stringate e di acronimi, dove questi ultimi spesso sono diagnosi con cui il soggetto si presenta, a volte esposte come prova a sostegno della propria sofferenza rimasta per lungo tempo senza nome.
Nell’ascolto di questi enunciati, reperire il soggetto dell’enunciazione e quindi dell’inconscio, può oggi incontrare qualche complessità in più rispetto al passato: la formazione di un lapsus potrebbe avere una minore possibilità di presentarsi in un acronimo o in un anglicismo breve, poiché il lapsus ha bisogno di vocali e consonanti che si articolino tra loro, cosa che in un acronimo non accade, poiché spesso sono composti da sole consonanti.
Roman Jacobson nel suo testo Il farsi e il disfarsi del linguaggio quando parla dell’acquisizione del linguaggio infantile fa riferimento al principio del minimo sforzo e sottolinea come gli stadi inziali del linguaggio siano preceduti dal periodo del balbettio, scrive a tal proposito: «In questa fase un bambino può accumulare della articolazioni che non è dato trovare in nessuna lingua in particolare o addirittura in nessun gruppo di lingue: consonanti di qualsiasi punto di articolazione, consonanti palatalizzate e arrotondate, sibilanti, affricate, clicks, vocali complesse, dittonghi, ecc.»[1]
Sembra quasi esserci un’analogia tra questo tipo di linguaggio preverbale dei bambini e i nuovi significanti del gergo giovanile che oggi ascoltiamo e può essere interessante approfondire questo aspetto proprio per cogliere, come lo stesso Jacobson sottolinea, gli stretti parallelismi tra i mutamenti fonetici delle diverse lingue del mondo e il linguaggio infantile e soprattutto tra il balbettio, l’intoppo e il soggetto dell’inconscio.
[1] R. Jacobson, Il farsi e il disfarsi del linguaggio. Linguaggio infantile e afasia, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 1971, p. 20.


